Al suo quarto film, Andrea Pallaoro si cimenta per la prima volta con un soggetto non ideato da lui. The Echo Chamber nasce infatti da un’idea incompiuta di Bernardo Bertolucci, sviluppata poi da Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi. Pare che l’idea originaria di Bertolucci fosse quella di un uomo e una donna che abitano la stessa casa senza incontrarsi mai, forse senza neanche sapere l’uno dell’altra. «Continuo a pensare a questo film come a un film di fantasmi», ha affermato il regista durante la presentazione del film; guardando The Echo Chamber, il fantasma più evidente è, inevitabilmente, proprio quello di Bertolucci, morto nel 2018 senza che il soggetto potesse assumere la forma di una sceneggiatura completa e coerente.
Ciononostante, l’uomo e la donna in The Echo Chamber ci sono, così come l’appartamento: Leo (Luca Marinelli) e Anne (Alicia Vikander), stanno attraversando un momento difficile delle proprie vite e della loro relazione, e finiscono per vivere gli stessi spazi senza mai incontrarsi. Girato interamente all’interno di un elegante appartamento, il film ne fa quasi un personaggio (forse, addirittura, quello più riuscito): inizialmente rifugio e testimone di un amore che sboccia, diventa progressivamente prigione claustrofobica, nonché monumento ad memoriam di gioie e dolori di un amore tanto forte quanto tormentato.
È questo il centro di The Echo Chamber: l’incapacità lasciare andare legami a cui continuiamo ad aggrapparci anche quando ci fanno male. Amore e sofferenza, intimità e dipendenza, cura e controllo diventano facce della stessa medaglia. Leo, il protagonista, è un produttore musicale silenzioso e cupo, tormentato da dolori alla schiena tanto lancinanti da impedirgli di lavorare. Questo dolore gli farà incontrare Anne, infermiera premurosa che, con le migliori intenzioni, gli fornisce gli oppiacei necessari a sopportarlo. Quella che sembra l’inizio di una storia d’amore tenera e romantica si trasforma presto in un rapporto dominato da dipendenza, controllo e ossessione. Anche quando, dopo un’overdose che sembra costare la vita di Leo, la relazione sembra finita, nessuno dei due riesce davvero a lasciare andare l’altro: diventano così l’uno il fantasma nella vita dell’altro, anime perdute aggrappate alla nostalgia di un amore disfunzionale.
Al tema della nostalgia contribuisce anche Ava May, interpretata da Susan Sarandon, una sorta di Marianne Faithfull che frequenta l’appartamento di Leo assiduamente per registrare l’album destinato a segnare il suo trionfale ritorno sulle scene dopo anni di inattività, e la cui voce accompagna il film come colonna sonora ed eco, creando un ulteriore dialogo tra passato e presente.
Nonostante le migliori intenzioni a livello concettuale, le ambizioni di Pallaoro trovano nella forma il loro limite. Il tempo è sospeso, dilatato, fonde presente e passato in una dimensione volutamente straniante e poco comprensibile. Una scelta che vorrebbe essere poetica, si capisce, ma che finisce spesso per risultare semplicemente confusionaria. A contribuire alla difficoltà nella visione del film è, senza dubbio, anche la richiesta che il regista sembra rivolgere al pubblico: quella di osservare più che di comprendere.
La conseguenza è stata che The Echo Chamber, in concorso alla Mostra di Venezia 2026 (terza volta per il regista trentino, dopo Hannah e Monica), è stato uno dei titoli più controversi della selezione e ha diviso il pubblico sin dalla prima proiezione.
«Ho voluto che il film fosse uno spazio di osservazione piuttosto che di spiegazione, un cinema di ambiguità e lenta catarsi» scrive Pallaoro nelle note di regia del film: peccato che, per un fruitore a cui non è concesso di entrare nella mente del regista, la percezione sarà quella di un miope che osserva il mondo senza gli occhiali. Nemmeno strizzando gli occhi e cercando di lasciare spazio all’immaginazione ci è possibile decodificare una narrazione costruita interamente di azioni ripetute, sguardi opachi, lunghi silenzi e piani sequenza contemplativi interminabili.
The Echo Chamber risulta dunque lontano dalla passione, dalla rabbia e dal pathos del cinema di Bertolucci. L’omaggio – se così vogliamo vederlo – rimane soprattutto nella genesi del progetto e in una serie di riferimenti più o meno espliciti alla persona e alla poetica bertolucciana.
Con questo film dai voli pindarici esistenzialisti, Pallaoro sembra aver voluto volare troppo vicino al sole: e neanche la cera più rara e pregiata firmata da Bernardo Bertolucci riesce a sostenere un film che, per eccesso di ambizione, finisce per preoccuparsi più di essere contemplativo che di essere davvero coinvolgente.
Martina Bazzanella
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