Bel seguito di The Amazing Spider-Man del 2012, il 'nuovo' Spiderman più giovanile e fresco, diretto dal Marc Webb di 500 giorni insieme. Le differenze con la Trilogia firmata da Raimi con questo nuovo episodio diventano macroscopiche: quello interpretato dal bravo Andrew Garfield è più Spidey che L'Uomo Ragno, giovanotto alla prese con il peso della responsabilità. Spidey è più magro, giovane, agile, veloce e rapido. È un adolescente alle prese con problemi tipici dell'adolescente, soprattutto dell'adolescente di oggi: il rapporto non sempre facile con Gwen e quello, assai turbolento, con l'amico d'infanzia Harry Osborn (interpretato dal bravo Dane DeHaan), un lavoro precario e mal pagato, la distanza da un mondo degli adulti in cui si fa fatica a riconoscersi. Webb regala allo spettatore una buona prima ora preparatoria: inventa un notevole incipit molto 007 con protagonisti i genitori di Peter Parker e riesce a gestire con equilibrio i momenti di azione pura, velocissimi, scanditi da un montaggio frenetico e da un'estetica da videogioco, con quelli più riflessivi legati all'evoluzione del personaggio. Da questo punto di vista funzionano sia il rapporto tra Parker e zia May, più che altro per lo straordinario mestiere di Sally Field che riesce a dare intensità al suo personaggio, sia i momenti intimi e ironici in cui Garfield duetta con la brava Emma Stone. È questo il terreno prediletto da Webb e si vede: la storia d'amore tra Peter e Gwen è raccontata in modo arguto e solo apparentemente leggero, con un bell'affondo sull'uso del tempo in un mondo frenetico come quello di oggi dove il tempo non sembra bastare mai. È una bella intuizione degli sceneggiatori Kurtzman, Orci e Pinkner ma è il tocco di Webb a fare la differenza, sapendo giocare bene sui vari sentimenti e sensazioni da cui prende vita quell'esperienza meravigliosa e misteriosa che è l'amore. Amore e tempo che scorre, inesorabile: guarda caso, i temi fondamentali del primo e più grande film di Webb, 500 gorni insieme. ,Poi, con l'entrata in scena di Jamie Foxx/Electro le cose si complicano: soprattutto per la caratterizzazione superficiale del personaggio che poi diventerà un terribile nemico di Spider-Man. Max Dillon, infatti, è un tecnico che lavora alla Oscorp di Osborn. È un uomo qualunque, che da nessuno viene notato, tranne da Gwen e proprio da Spider-Man (bella intuizione!) che lo salva da morte certa. Un bel tema – l'ossessione dell'apparire a tutti i costi unita a un malessere esistenziale – sprecato però in modo piatto e banale. Electro è poca cosa, sia in termini visivi (Foxx è truccato in modo davvero orrendo!) sia in termini di economia narrativa, vista la fine ingloriosa del personaggio. Della debolezza del cattivo, che in film di questo tipo sono il fondamento per il buon esito del racconto, se ne devono essere accorti a un certo punto pure gli sceneggiatori che infatti hanno deciso di sdoppiare il nemico. Da una parte Foxx/Electro e i suoi sogni di gloria, dall'altro il ben più carismatico e inquietante Harry Osborn, destinato a diventare Goblin dopo una serie di passaggi raccontati sin troppo velocemente. Un peccato, questa approssimazione nel raccontare la genesi di un personaggio chiave come Goblin: anche perché gli spunti non mancavano e il tempo nemmeno (144' totali) per fare anche dei nemici di Spider-Man figure se non tragiche e scespiriane come quelle di Raimi, almeno interessanti sul piano narrativo, simbolico e affettivo.,Simone Fortunato,