Due cowboy, Charley e l’anziano Boss, con altri due amici conducono mandrie per le praterie americane. Gente di poche parole e saldi principi, su tutti l’amicizia e la lealtà che li lega. Quando si troveranno costretti a difendere bestiame e se stessi dalla violenza di un allevatore prepotente, metteranno tutto sul piatto. Anche le speranze di una vita diversa, per Charley, insieme a una donna che forse sta iniziando ad amare.

A dodici anni di distanza dal bellissimo Gli spietati di Clint Eastwood, a sei dalla sua ultima direzione (L’uomo del giorno dopo) Kevin Costner si cimenta nuovamente col genere western da lui frequentato già in passato sia da regista (Balla coi lupi, che gli valse 7 Oscar nel 1990), che più volte da attore. E bisogna riconoscere che, a differenza delle sue ultime prove come regista e interprete, raggiunge un risultato davvero notevole. Il film, che deve molto ai maestri del genere, inizia col mostrare la dura vita di un gruppo di quattro allevatori nomadi: con ogni condizione di tempo, sempre all’aperto e in scenari dalla bellezza impressionante, si svolge il duro lavoro (che è e al tempo stesso l’educazione dei giovani), fatto di poche parole e di gesti netti e indiscutibili. Robert Duvall, nella parte del vecchio e coriaceo mandriano, è un vero maestro, il cui insegnamento è fatto di monosillabi, lunghi silenzi e battute caustiche (che si presume siano alla base di ogni discorso tra cowboys). Ma tutti i personaggi risentono di questa felice riduzione all’essenziale, che porta alla luce un io vero e sofferto: come il personaggio di Annette Bening, la bella, anche se un po’ sfiorita, sorella del dottore che fa palpitare il duro cuore del protagonista. Gli abitanti del paese all’inizio appaiono pavidi, succubi di cattivi odiosi e violenti, ma si rinfrancano e trovano coraggio assistendo e partecipando della caparbia moralità dei nuovi arrivati, che non si fermano di fronte al sopruso e all’omicidio, usando la forza necessaria (le sparatorie sono momenti di vera tensione) ma mostrando anche grande umanità.

Gli ingredienti del più classico dei western ci sono tutti, e molti vedendo questo film ripenseranno a classici come Il cavaliere della valle solitaria o Un dollaro d’onore (molto si deve anche ai paesaggi di bellezza struggente e alle musiche di ampio respiro). Insomma: dopo Gli spietati in molti hanno detto che sarebbe stato impossibile aggiungere qualcosa di nuovo a questo genere di film; Costner giustamente non ci tenta neanche (anche se si vede che non gli è estranea la lezione di Eastwood), ma realizza un film che, nonostante duri più di due ore, non stanca e si guarda con passione.

Simone Fortunato