Viviana (Ambra Angiolini) è una casalinga con un marito e un rapporto iperprotettivo con il figlio. Modesto (Pietro Sermonti) è un chitarrista con una moglie, un figlio già grande con cui ha una bella intesa, e un padre “sporcaccione” (Franco Branciaroli). Viviana e Modesto sono amanti e vivono il loro rapporto furtivamente nelle camere di bed&breakfast, ogni volta che lei prova a chiedersi che valore ha la loro relazione, lui cambia discorso con una battuta. I litigi e le incomprensioni aumentano: sono amanti, si amano, ma non sembrano più capaci di volersi bene, allora Viviana propone la terapia di coppia. Il dottore (Sergio Rubini) è spiazzato nel trovarsi di fronte una coppia non ufficiale e si ritrova costretto a mettere in discussione il suo rapporto con la sua, di amante…

Tratto dal romanzo omonimo di Diego De Silva (che ha anche sceneggiato il film assieme al regista), Terapia di coppia per amanti è un brutto film. La trama avrebbe anche potuto essere interessante, avrebbe potuto essere lo spunto per una commedia amorale sul matrimonio, invece è solo un fiacco susseguirsi di battute che vorrebbero essere brillanti e sono solo volgari, di personaggi che vorrebbero essere profondi e sono piatti e ridicoli. Ambra Angiolini e Pietro Sermonti, che per funzionare hanno bisogno di essere ben diretti, recitano con notevole piattezza convinti che basti alzare la voce e usare parolacce per dare ritmo ai dialoghi, Sergio Rubini (Il viaggio della sposa) e Franco Branciaroli (I viceré, Il mistero di Oberwald e soprattutto tantissimo teatro) in numerose occasioni bravi lo sono stati, e dispiace vederli così sopra le righe e fuori luogo portando le vesti di due personaggi che sono solo macchiette. C’è anche un incomprensibile cammeo di Alan Sorrenti che lascia interdetti gli spettatori.
Se la commedia non ha ritmo, è noiosa e non fa ridere, la colpa va attribuita, oltre alla piattezza della sceneggiatura, alla regia di Alessio Maria Federici, incapace di gestire i tempi, la narrazione e gli attori. Unica nota realmente positiva sono le scene di musica con un bel taglio registico e una bella fotografia del talentuoso Michele D’Attanasio (Lo chiamavano Jeeg Robot, Veloce come il vento), che per il resto del film sembra assente; belle anche le musiche, sia jazz, sia bei pezzi composti appositamente per il film dai Daiana Lou, oltre a Figli delle stelle (già che c’era Alan Sorrenti…).
Belle musiche, belle scene di musica… Pare un po’ poco per un film che non si può definire altrimenti che “piatto”.

Riccardo Copreni