Sfidando i tribunali che gli hanno vietato di girare film in Patria, il regista iraniano Jafar Panahi si mette alla guida di un taxi e, armato di una microcamera piazzata sul cruscotto, percorre le strade di Teheran raccogliendo passeggeri di ogni tipo secondo un uso locale che in questo caso diventa l’occasione perfetta per cogliere frammenti delle vite e dei pensieri di tante persone/personaggi che aiutano a costruire, come in un mosaico, un’immagine della società iraniana di oggi, con tutte le sue contraddizioni e le sue straordinarie storie di quotidiana umanità.
Panahi sceglie la strada del cinema verità e con un lavoro a cavallo tra documentario e finizione continua a raccontare il suo Paese in un misto di spontaneità e costruzione narrativa (a poco a poco sempre più percepibile sotto il velo dello stile documentaristico). C’è chi invoca punizioni esemplari per i delinquenti e chi difende il valore dell’educazione, vecchie signore che portano in giro un pesce rosso e vittime di incidenti stradali (questa una delle situazioni che fanno sospettare un intervento ben più deciso dell’invenzione del regista), ignari della reale identità del loro autista. Naturalmente c’è anche chi capisce (come l’irresistibile venditore di dvd taroccati, che conclude senza vergogna di essere in fondo in qualche modo un collega di Panahi) e quindi interagisce in modo più intraprendente con risultati esilaranti.
E poi c’è l’aspetto più personale, come quando sul taxi sale la giovanissima nipote del regista, impegnata in un progetto scolastico che prevede di girare un cortometraggio… Una situazione, quest’ultima, che sembra fatta apposta per raccontare da una parte l’insospettabile modernità del sistema scolastico iraniano (che mette in mano a un’adolescente una telecamera) e dall’altra il suo occhiuto controllo (i temi “trattabili” dai ragazzi sono molto limitati). Va riconosciuto che questa ragazzina determinata e piena di simpatia diventa il cuore di un film capace di offrire uno spaccato straordinariamente ricco e mai prevedibile.
Non ci si stanca mai in questo continuo succedersi di volti e storie. E in fondo i limiti dati dal campo offerto dalla piccola telecamera (girata di volta in volta in varie direzioni) esaltano la capacità di racconto di Panahi, che riesce a coinvolgere e divertire passando da un “genere” all’altro senza soluzione di continuità e riuscendo a conservare uno sguardo critico ma appassionato alla sua Patria, di cui racconta l’infinità vitalità insieme agli stridenti contrasti e ai limiti imposti dal governo. Un bell’esempio di cinema civile che gioca con il linguaggio per superare le difficoltà e i controlli, riuscendo a costruire un racconto non convenzionale ma non per questo meno potente.

Luisa Cotta Ramosino