Ennesimo film sul pugilato come mezzo e metafora di riscatto sociale e umano. È un racconto verista che non può non ricordare, almeno in alcuni momenti, Gomorra di Garrone. C'è infatti lo stesso autore letterario alle spalle, Roberto Saviano, autore del racconto La Bellezza e l'inferno che ha ispirato il film, ma soprattutto c'è lo stesso modus operandi, lo stesso stile. Macchina da presa incollata ai personaggi; facce e ambienti giusti per restituire quel clima di degrado civile e umano di certe periferie del Sud Italia. La storia dei due giovani amici, con nulla alle spalle se non la propria amicizia ricorda tanto le due giovani teste calde di Gomorra: stessa sfacciataggine, identico desiderio di mettersi in mostra davanti al boss, stesso cuore selvaggio e istintivo. Così i due amici Michele e Rosario passano le giornate bighellonando e compiendo furtarelli e sognando forse di essere in un posto diverso da Marcianise, comune nel Casertano. Poi, almeno per Michele, l'incontro provvidenziale con un appassionato allenatore di boxe che in lui intravede delle grandi potenzialità, e il sogno, difficile da realizzare, di andare alle Olimpiadi. ,Romanzando la vita del pugile Clemente Russo che nel film interpreta Michele da adulto, il regista Giuseppe Gagliardi ha buon gioco nel raccontare senza enfasi ma anche senza fatalismo l'umanità ferita e abbandonata di due ragazzi fedeli l'uno all'altro ma anche ai propri sogni. E, nel racconto di Michele e del rapporto che con lui intrattiene l'allenatore interpretato da Giorgio Colangeli, trova un giusto equilibrio e arriva anche a commuovere lo spettatore. Poi nella seconda parte, quando si racconta l'età adulta dei protagonisti, il film perde mordente, soprattutto per una fragilità nella narrazione: troppe ellissi che rendono tortuoso il cammino di comprensione dello spettatore; troppi personaggi trattati in modo superficiale (il boss di riferimento di Rosario; la figura del nonno di Michele e i vari personaggi femminili). Come sempre capita, per voler dire troppo si rischia di dire male. E così se l'aspetto più interessante, anche se un po' prevedibile nella risoluzione, rimane il rapporto tra i due amici che hanno preso strade diverse eppure si cercano in continuazione non potendo fare a meno l'uno dell'altro, il racconto strettamente sportivo risente delle troppe svolte narrative, arrivando a toccare forse il punto più basso nella trasferta tedesca, piuttosto improbabile e inutile, trasferta che comunque ricorda, anche per lo steso contesto lavorativo, Una vita tranquilla di Claudio Cupellini, altro interessante film di uomini in lotta e combutta con la camorra. Il film è però una scommessa almeno in parte persa: la storia è bella, alterna momenti epici e tragici e non manca di un pizzico di melodramma. E poi c'è la metafora di uno sport bello, affascinante e contraddittorio come il pugilato, che nel cinema ha tanta fortuna perché con evidenza mette a nudo l'uomo nei suoi punti deboli ma anche nelle sue grandi qualità. Ma è una storia mal gestita da una regia acerba e da una sceneggiatura che accumula personaggi e situazioni, quando invece sarebbe stato più avvincente per lo spettatore seguire l'ascesa e l'eventuale caduta del Rocky di Marcianise. Rimangono però nella mente almeno due belle sequenze: quella del matrimonio pacchiano e kitsch – fatto reale – del boss e la sequenza del ritorno di Tatanka sul ring in una esibizione all'interno di un centro commerciale, tra l'indifferenza e la curiosità dei clienti col carrello e sotto lo sguardo violento e interessato di un gruppo di camorristi. Un'immagine sintetica del volto del Potere, oggi.,Simone Fortunato