Nel primo film che la vedeva protagonista Tata Matilda, misteriosa governante dai poteri sovrannaturali, meno canterina e più inquietante di Mary Poppins, metteva in riga i sette rampolli di un padre vedovo e come bonus ristabiliva anche l’integrità familiare regalando loro una nuova mamma. Il lieto fine non impediva che nel frattempo lo stile di intervento, per così dire, un po’ estremo della tata regalasse parentesi quasi gotiche (con una bambina che rischiava di finire bollita in pentola) e l’aspetto ributtante (almeno all’inizio) di Tata Matilda la facesse sembrare più una strega che una fatina buona. Qui per non tradirsi lei si fa accompagnare da un corvo, animale con una brutta fama letteraria ma che qui è lo spunto, con la propria golosità per lo stucco delle finestre, di una serie di divertenti siparietti.,In questo secondo episodio (spostato nel tempo di quasi un secolo, ma la magica tata può questo e altro) ritroviamo una famiglia privata di un genitore (in questo caso il padre lontano per la guerra) che rischia di collassare irrimediabilmente. La signora Green, che riesce a tirare avanti in una situazione improba solo grazie alla fede nel ritorno del marito, è però chiaramente ai limiti e non riesce più a dare ai suoi figli una bussola per crescere, mentre i due cuginetti cittadini, scopriremo ben presto, vengono allontanati, più che dalle bimbe, da una famiglia anaffettiva e in procinto di divorzio.,C’è molto da fare e come al solito Tata Matilda, più che a psicologismi sterili e a teorie di libera espressione infantile di marca contemporanea, ricorre alle maniere forti e alla disciplina, iniziando fin da subito a porre i pargoli di fronte alle conseguenze estreme delle proprie azioni e parole.,I bambini di casa Green e i loro cugini paiono meno pestiferi dei loro predecessori (anche perché investiti, dalla situazione di guerra, di responsabilità apparentemente sproporzionate alla loro età) ma hanno anche loro tanto da imparare per poter convivere e allearsi in una incredibile impresa.,Le cinque semplici lezioni su cui si articola il “programma educativo” della tata questa volta comprendono anche coraggio e fede, e investono come sempre anche il mondo adulto. Di fronte alla notizia (per fortuna falsa) della morte del padre, anche la signora Green si lascia andare e solo la fede assoluta del piccolo Norman, il figlio maggiore, che riesce a credere perché “se lo sente nelle ossa” sarà la molla che spingerà tutti a lottare ancora.,Questo “salto della fede” che è l’ultimo atto del percorso di crescita di questa famigliola, una specie di “virtù” (infatti viene premiato con una medaglia oltre da un inatteso miracolo), e anche se si oppone alle prove fisiche (come fa notare l’austero padre militare del cuginetto Cyril) non è però un cieco abbandonarsi, ma una fiducia non irragionevole in qualcosa che va oltre ciò che è fisicamente dimostrabile ed è strettamente connesso con la speranza.,Al solito nel finale la tata trasfigurata nell’aspetto dall’amore e dall’obbedienza dei suoi pupilli (ad ogni lezione imparata il suo viso si fa più bello), se ne va perché come dice sempre “quando avrete bisogni bisogno di me e non mi vorrete io resterò, e quando mi vorrete ma non avrete più bisogno di me io me ne andrò”. L’ultimo insegnamento di questa straordinaria educatrice è proprio questo invito a proseguire da soli il proprio cammino di crescita: quello di cui la famiglia ha bisogno non è più un aiuto esterno che segni la via, ma il ritorno del pezzo mancante, il padre.,Insieme a lui la signora Green e i suoi bambini potranno accogliere nel loro cuore e nella loro casa ad altri “figli”, in un abbraccio collettivo che è il più soddisfacente dei finali.,Laura Cotta Ramosino,