Tre sorelle (e una governante) si chiudono in una villa di campagna. Poi inizia la guerra. Una guerra freddissima, fatta – come suggerisce il titolo – di sussurri e grida, in cui a gridare sono anzitutto i morti che non vengono lasciati morire.

Niente di nuovo sotto il cielo “nuvoloso” di Ingmar Bergman. Sussurri e grida è suddiviso in tre capitoli, ognuno dei quali focalizzato su una diversa sorella. Il primo racconto è affidato alle parole di Agnese la quale, gravemente malata di cancro e prossima alla morte, rievoca la propria infanzia e, con essa, una madre che tutt’ora aleggia sul destino delle tre figlie. Era una madre fredda con Agnese, alla quale preferiva Maria, più affine a lei, più spensierata (nel film, Maria e la madre sono interpretate dalla stessa attrice, Liv Ullmann). Un giorno, però, per qualche interminabile secondo gli occhi di Agnese e della madre si incrociarono, con quest’ultima che le confessò un male senza parole.

Il secondo capitolo è dedicato alla bella e inafferrabile Maria. «Io parlo, parlo e non concludo mai niente» è una frase che ben la caratterizza, così come il sorriso pieno di scherno e di sarcasmo sempre presente sul suo viso. Karin – la sorella più dura, protagonista del terzo capitolo – le rimprovera di non far altro che recitare. Allo stesso tempo, però, in fondo brama la sua dolcezza e la sua sensualità. Emblematica di questo desiderio di identificazione è la scena delle due allo specchio, intente a riflettersi l’una negli occhi dell’altra (calco della più famosa sequenza di Persona, ripresa anche da Lynch in Mulholland Drive). Tale desiderio di identificazione, tuttavia, deve scontrarsi con la frivola e spietata indifferenza da parte di Maria.

Saranno i bisticci delle due a non lasciar riposare in pace Agnese, la quale cercherà disperato affetto (letteralmente) nel seno protettivo della governante Anna, la sorella “adottiva” servizievole, nonché la dolce madre mai avuta.

Bergman disse che, tra tutti i suoi film, Sussurri e grida era l’unico a non poter essere girato in bianco e nero. Quel rosso onnipresente accesissimo, secondo alcuni critici rappresentazione dell’interno del corpo femminile, non era infatti sostituibile.

Alessandro Radice

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