Siamo in un paesino della provincia americana, più precisamente nell’Ohio, alla fine degli anni 70. Un gruppo di ragazzini, capitanato da un ciccione maniaco del cinema e aspirante regista, gira un film di zombie con una telecamera super 8. Nel gruppo c’è Joe Lamb, timido e candido, che ha appena perso la madre in un incidente provocato da un ubriaco. Ovvero dal padre della dolce ragazzina di cui lui si innamora, e oltre tutto “star” del film amatoriale che i ragazzi provano a mettere in piedi, tra mille esilaranti contrattempi. Per Joe, che si ritaglia il ruolo di addetto al trucco, il film diventa l’occasione per stare vicino ad Alice. Mentre i loro padri, divisi da quel tragico incidente, si odiano profondamente. A un certo punto succede l’imprevedibile: mentre i ragazzi girano una scena del loro B-Movie (a essere molto generosi…), un treno deraglia davanti ai loro occhi. Salvi per un pelo, trovano un uomo in fin di vita in un’auto, mentre dal treno giungono sinistri rumori. È l’inizio di un mistero che sconvolgerà la loro tranquilla cittadina, subito occupata dall’Esercito che isola l’intera area del disastro ferroviario, mentre il padre di Joe, vicesceriffo, cerca di dipanare una serie di misteri: perché le persone, i cani e molti oggetti scompaiono? Cosa nasconde l’esercito? Qual era il misterioso contenuto dei vagoni di quel treno?

In Super 8, omaggio agli anni 70 e al cinema d’avventura per ragazzi degli anni 80 (E.T., Stand by me con un gruppo di amici molto simile, I Goonies) ma anche al cinema di fantascienza leggermente più adulto (Alien ma soprattutto Incontri ravvicinati del terzo tipo), il produttore Steven Spielberg e il regista J.J. Abrams (autore della serie tv Lost e dell’ultimo Star Trek) mettono in campo passioni cinefile, citazioni, elementi costitutivi del proprio cinema riuscendo però a garantire sincerità e originalità. Abrams ricostruisce infatti l’universo del maestro-amico-produttore Spielberg in un film divertente dall’atmosfera tenera e anche inquietante, tra palpiti adolescenziali (resi benissimo dai due giovani protagonisti, l’esordiente Joel Courtney nei panni di Joe e la già affermata Elle Fanning – apprezzata in Somewhere – in quelli di Alice) e brividi di paura che lo rendono un grande film per ragazzi (il migliore da molti anni a questa parte) e per giovani. Mentre il clima di nostalgia divertita conquista al tempo stesso il pubblico più adulto, grazie a una colonna sonora da culto (svetta la mitica “My Sharona”) e a oggetti ormai d’antiquariato che scatenano sentimenti affettuosamente intensi, a cominciare proprio dal Super 8 (progenitore delle attuali videocamere: e si sorride quando un commesso afferma di non poter sviluppare la pellicola in meno di tre giorni…) per finire al walkman appena uscito sul mercato tra lo sconcerto di uno sceriffo matusa.

Soprattutto, il film colpisce da un lato per la descrizione di un’amicizia (e quanto sono simpatici e divertenti quei ragazzini!) cementata da difficoltà e pericoli e per i turbamenti di un ragazzino alle prese con il primo amore; d’altro canto intenerisce e commuove per il senso di perdita che il giovanissimo Joe prova dopo la scomparsa della madre, un sentimento rafforzato da un rapporto col padre che sembra compromesso da rigidità reciproche, come in parallelo avviene all’amica Alice col padre ubriaco e involontario assassino. Ed è un momento retoricamente felice quando i due padri, nemici per il lutto che li divide, uniscono le forze alla ricerca dei figli introvabili. Mentre il dipanarsi del mistero, forse in modo fin troppo semplice, regala però anche la riflessione sull’altro che viene cambiato da uno sguardo amico. Da non perdere infine i titoli di coda, quando finalmente vediamo il filmino prodotto con goffa dedizione dal gruppo di giovani amici.

Antonio Autieri