Succede è la storia, o meglio una stagione della vita di Meg ovvero Margherita, con i suoi amici (Olly e Tom su tutti), le sue passioni, le sue paure. Lei vive la stagione della crescita, quando si vuole tutto e non si conosce ancora quasi nulla, quando si vogliono fare esperienze e si ha paura di sbagliare, quando tutto sembra definitivo o enorme (ogni amore infinito, ogni rottura tragica), come se oltre il presente non ci fosse possibilità. In una breve stagione vediamo amori, amicizie, litigate, rappacificazioni. E poi anche i genitori, certo, anche se rimangono sullo sfondo, più che altro sembrano causa di problemi, malumori, incomprensioni. Vediamo inizialmente Meg alle prese con il cellulare cui dettare le sue impressioni, come in un diario vocale costantemente aggiornato. La ragazza si porta un segreto dolore, che a che fare con la fine della storia con un ex fidanzato. Un punto di svolta è l’arrivo di un nuovo ragazzo da Roma, cugino dell’amica del cuore, che subito la “punta”. Lei un po’ lo respinge e un po’ ne è lusingata. Mentre l’altro carissimo amico Tom un po’ si preoccupa (sono felici insieme?) e un po’ si ingelosisce. Meg dovrà imparare a districarsi tra sentimenti nuovi, delusioni, ribellioni e avvenimenti imprevisti: perché la vita alla sua età non si programma, ma succede.

Di attenzione all’età adolescenziale il cinema italiano ne ha fatto un punto di lavoro preciso da ormai un paio di decenni: perché sembra ieri, ma sono quasi vent’anni da Come te nessuno mai (1999) di Gabriele Muccino. Poi sono venuti i film “da Moccia”, ovvero tratti dai suoi libri (Tre metri sopra il cielo), e poi quelli diretti dallo stesso scrittore-regista, che dopo qualche successo si è ripetuto troppo e ha perso il tocco magico. In realtà i suoi erano quasi sempre film che veicolavano alcuni aspetti del mondo dei ragazzi oppure proponevano modelli e nuovi miti (Riccardo Scamarcio nei panni dell’ennesima variazione del bello e dannato, da cui per fortuna è sfuggito appena ha potuto); ma sempre dal respiro corto.

Ora da alcune stagioni il fuoco sembra rivolgersi più realisticamente a come sono, come vivono e come pensano i teen ager: prima le commedie sentimentali “con figlio in arrivo” (Piuma e Slam), ora quelle che indagano in parallelo il rapporto con i genitori e con gli amici (e i propri sentimenti): ma se Gli sdraiati di Francesca Archibugi aveva nel padre l’osservatore e il figlio l’osservato, in Succede in primo piano sono decisamente i figli. Anche se a dir la verità, in entrambi i casi i genitori hanno tutti gli stereotipi che si possono immaginare (con una citazione comunque di merito per Francesca Inaudi, che regala umanità al suo personaggio di madre fragile con un figlio più maturo di lei), mentre i ragazzi sono rappresentati con freschezza di linguaggio e di atteggiamenti. In comune, i due film, hanno anche un attore, Matteo Oscar Giuggioli: lì era il miglior amico del figlio del protagonista Claudio Bisio, qui il suon Tom inizia sempre come “spalla” (anche su cui piangere…) della protagonista Meg ma poi acquista sempre più peso. Il ragazzo ci aveva sorpresi nel film della Archibugi e si conferma qui: il talento ce l’ha, chi può lo faccia crescere a dovere.

Non pochi dunque i pregi di Succede, tratto dal romanzo omonimo della giovanissima Sofia Viscardi (youtuber che al successo in Rete accoppiò in fretta questo libro diventato best seller tra i ragazzi): nuovi linguaggi e forme di comunicazione in primis, tra smartphone, Skype, Youtube e quant’altro, che vengono mostrate e “tradotte” anche dal punto di vista visivo, come si vede in tanti film internazionali. E poi l’attenzione alla comunicazione verbale, con modalità sicuramente semplici ma non povere come nel romanzo omonimo. Ma sono da apprezzare anche la recitazione dei giovani interpreti e la rappresentazione di una Milano (molto utilizzata di recente, anche nel già citato Gli sdraiati) sempre più bella senza essere frivola. Ed essendo giovane anche la regista Francesca Mazzoleni (nata nel 1989, cosceneggiatrice insieme a Paola Mammini e Pietro Seghetti, alle spalle tanti corti e documentari anche premiati), lo si può considerare un buon esordio.

Certo, ad approfondire il giudizio emergono anche i difetti. Alcune situazioni, come nel romanzo, sono telefonate (come l’amica che inizia a frequentare un trentenne conosciuto in Rete), gli adulti sono appunto abbastanza stereotipati (ma non solo quelli: anche la ragazza dark, che poi diventa per un breve tempo amica di scorribande ribelli). E la parte finale è sempre meno sorprendente e sempre più canonica e prevedibile. Soprattutto, pian piano si delineano i dubbi consueti di operazioni come queste, che sembrano prediligere una “fotografia” dei giovani, vezzeggiando e assecondando i loro sbalzi emotivi. Senza quelle domande di senso che si vedono in analoghi film americani molto più profondi (da Noi siamo infinito a Colpa delle stelle), oppure lasciandole a un grado iniziale, umorale. Come compiacendosi di quel caos inevitabile, da cui chissà se e come ne usciranno mai; e senza prendersi la responsabilità degli adulti, di indicare delle prospettive. Certo, hanno 18 anni o giù di lì, il tempo è a loro favore: ma il tempo, da solo, può bastare?

Antonio Autieri