Alla Festa del Cinema di Roma, in programma dal 17 al 27 ottobre, due biopic da tenere d’occhio: Honey Boy di Alma Har’el, Gran premio della giuria al Sundance Film Festival nonché una sorta di autobiografia dell’attore e sceneggiatore Shia LaBeouf, e l’atteso Judy di Rupert Goold, con Renée Zellweger nei panni di una 47enne Judy Garland ormai in crisi. Pur avendo un taglio molto diverso e raccontando personalità estremamente diverse, entrambi i film sono dedicati alla vita di attori che hanno esordito sui set fin da giovanissimi, sperimentando così tutti i sacrifici del mestiere e restandone segnati.

Il piccolo Noah Jupe in Honey Boy

Honey Boy è Otis (interpretato dai bravissimi Lucas Hedges e Noah Jupe, giovanissimo attore già apprezzato in Wonder e A Quiet Place), un giovane attore ventiduenne con già 10 anni di carriera, un problema di alcolismo e comportamenti autodistruttivi. Costretto ad andare in riabilitazione, gli viene diagnosticato un disturbo post-traumatico e viene spinto a rivivere il turbolento rapporto con il padre, ex-alcolista ed ex-artista di strada, pronto a spendersi in tutto per la carriera del figlio ma anche a presentargli il conto delle proprie rinunce e fallimenti. L’attore Shia LaBeouf è una personalità che si è fatta conoscere per scandali, sgradevolezze e un carattere tutt’altro che facile; questa rabbia diventa tuttavia la premessa per un confronto, sentito come necessario, con la figura paterna (ruolo che l’attore riserva a sé stesso). Si tratta di un film molto personale, dove nessuna durezza viene nascosta: tanti anzi sono i pugni nello stomaco, anche letterali; allo stesso tempo, però,c’è il bisogno di comprendere e di riconciliarsi con un padre terribile eppure ineliminabile. L’opera prima di Alma Har’el – dopo vari corti e documentari – è imperfetta, poco compatta e con la difficoltà a trovare momenti di leggerezza in una storia narrata così da vicino; ma offre anche uno sguardo sincero e onesto su una vicenda che riesce infine a non ripiegarsi troppo su sé stessa. (Roberta Breda)

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Mentre Honey Boy è molto sbilanciato sul passato, in Judy le luci vengono puntate invece su una star adulta e in declino, un tempo “fidanzatina d’America” e ora alle prese con un pubblico spesso inclemente: una scelta che paga e che aggiunge profondità e attualità alla storia. Perseguitata dai debiti e mossa dall’urgenza di dare una casa ai propri figli, Judy Garland accetta un contratto che la porterà in un lontano ed estenuante tour europeo: nei cuori di tutti lei è l’incantevole Dorothy del Mago di Oz, ma le nuove platee non sono pronte a venire a patti con un’immagine realistica, imperfetta e umana della diva. Gli incontri e gli imprevisti della trasferta riservano dolore ma anche sorprese e divertimento, grazie specialmente alla spigliatezza della protagonista (una Renée Zellweger perfettamente calata nella parte, dove regala anche notevoli esibizioni musicali). Sullo schermo c’è tutto il dolore e anche il fascino del talento, di una voce incantevole eppure fragile ed effimera, e di una figura che chiede di poter portare sul palco tutta sé stessa. (Roberta Breda)

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Un filo lega il famigerato senatore McCarthy, Ronald Reagan e Donald Trump… Il filo di una politica manovrata dietro le quinte da un personaggio capace di costruire il proprio mito attraverso la manipolazione, la corruzione e la menzogna. È questa la tesi del documentario Where’s my Roy Cohn? di Matt Tyrnauer, un lungo viaggio nella politica americana dagli anni 50 della campagna anticomunista, passando per il sostegno al presidente attore fino all’avvio della carriera di quello che è diventato forse il presidente americano più discusso e criticato di sempre.

La figura di questo Roy Cohn avvocato proveniente da una facoltosa famiglia ebrea di New York, che dà il via alla sua carriera nel processo contro i coniugi Rosenberg (condannati a morte come spie comuniste) e prima dei 30 anni è un personaggio chiave della politica americana, è senza dubbio affascinante. Sfacciatamente fiero della sua mancanza di scrupoli (negli anni 60 e 70 diventa l’avvocato dei mafiosi di New York), eccentrico, insolente, ma al tempo stesso deciso a nascondere fino all’ultimo il segreto (in realtà noto a chiunque gli fosse vicino) della sua omosessualità, Cohn diventa per il regista il simbolo dell’ascesa di un modo di fare politica violento e aggressivo.

Il viaggio nella New York dei club e dei privilegi trova le sue radici in un’educazione che fa di Roy Cohn un uomo alla perenne ricerca dell’attenzione e dei lussi del privilegio, pronto a fare e chiedere favori pur di preservare il suo status. Un uomo che pare destinato a incrociare la sua strada con un giovane Donald Trump, che aiuta a costruire la sua torre nel centro della Grande Mela (con il cemento della mafia e operai clandestini e mai pagati) gettando le basi dell’America di oggi (anche se Cohn muore di AIDS nel 1986). Il documentario non nasconde la volontà di mettere in guarda da quello che considera l’erede, e il protetto, di Cohn (più volte identificato con il male) e cioè Trump, e tuttavia la parte più interessante di questo ritratto quasi esclusivamente in negativo è nel tratteggiare le contraddizioni di un personaggio verso cui molti dei testimoni intervistati non riescono a nascondere una riluttante ammirazione. (Luisa Cotta Ramosino)

Le precedenti  puntate del nostro diario dalla Festa del Cinema di Roma:

https://www.sentieridelcinema.it/scorsese-un-evento-lascia-segno/

https://www.sentieridelcinema.it/norton-detective-convincente/

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