Il film si apre su un incipit ad effetto, prima dei titoli di testa: i passeggeri di un aereo, sconosciuti tra loro, scoprono casualmente durante il volo di essere tutti legati dalla conoscenza di un misterioso uomo. Nel giro di pochi istanti, il viaggio diventa un incubo… Incipit molto a effetto e già caratterizzato da un cinismo allucinato che caratterizza tutto il film, contrassegnato da uomini e donne che, di fronte a eventi inaspettati (soprusi, ingiustizie ma anche la propria inadeguatezza), si lasciano andare ai peggiori istinti, a violenze terrificanti o alla pazzia. Così, dopo il primo breve episodio, vediamo in successione: una cameriera incontrare in un bar l’usuraio che ha rovinato la propria famiglia e trovare nell’anziana collega una vendicatrice non richiesta; due uomini alla guida delle rispettive automobili insultarsi e poi iniziare una guerra senza esclusione di colpi; un esperto di demolizioni ribellarsi a multe considerate ingiuste e passare dai reclami a reazioni ben più “esplosive”; i genitori di un ragazzo che ha investito con l’auto una donna incinta far di tutto per coprirlo, con l’aiuto di un avvocato senza scrupoli; il matrimonio di due neosposi andare in crisi già durante il ricevimento e diventare un pericoloso gioco al massacro.

Il quasi quarantenne Damián Szifron, al suo terzo film (ma il primo ad arrivare in Italia) presentato a Cannes in concorso, rispolvera una formula che sembrava ormai in crisi come il film a episodi, destinato al massimo a film comici di basso livello o a operazioni di corto respiro. Qui, sfruttando i mezzi di una produzione argentina di buon livello sostenuta dalla casa di produzione spagnola di Pedro Almodovar, può contare su collaboratori di grande livello (cura le musiche Gustavo Santaolalla, già vincitore di due Oscar per I segreti di Brokeback Mountain e Babel) e attori azzeccati, con star come il grande Ricardo Darin (presente in tutti i migliori film argentini degli ultimi 15 anni, tra cui Il segreto dei suoi occhi e Cosa piove dal cielo?) e Dario Grandinetti (Parla con lei) e tanti altri nomi meno noti in Italia – ma non in Argentina – ma altrettanto convincenti. Dalla sua, Szifron ci mette una regia virtuosistica e avvolgente (soprattutto nell’ultimo episodio), che prende lo spettatore e non lo molla per due ore.

Nel farlo, però, abbonda di colpi bassi. Va bene, la società contemporanea è popolata di potenziali pazzi, pronti a esplodere in accessi di violenta vendetta alla prima occasione. Ma se il meccanismo può ricordare I mostri di Dino Risi e soprattutto il sequel a più mani I nuovi mostri, qui troviamo un tasso di cinismo ancora maggiore, anche nell’uso di un umorismo macabro in qualche caso fastidioso (come il finale dell’episodio dei due automobilisti), e con un tasso di violenza a tratti pulp. Da qui i paragoni con Tarantino, scontati ma fuori luogo (il cinismo è sconosciuto al regista di Pulp Fiction); più centrati i paralleli con i primi film del coproduttore Almodovar, con personaggi nevrastenici ed eccessivi. Più o meno incisivi, comunque tutti impressionanti, i sei episodi non lasciano scampo agli uomini e alle donne del nostro tempo. Anche le vittime, a ragione o a torto, diventano carnefici o complici. Un quadro sconfortante e che non porta a molto, anche se non mancano spunti di interesse. Ma alla fine Storie pazzesche, certo non un film per ogni sensibilità, può essere apprezzato soprattutto per l’abilità tecnica. C’è da augurarsi che il regista emergente trovi in futuro soggetti più all’altezza del proprio talento.

Antonio Autieri