Di madre comunista e indigente, la giovane Liesel viene data in adozione a una coppia che possa garantirle un futuro più sicuro nella Germania del 1938. Al trauma dell’abbandono si somma quello della perdita del fratellino, che Liesel ha visto morire tra le braccia della madre proprio durante il viaggio verso la nuova sistemazione. Al funerale, la piccola raccoglie da terra un libro, “Il manuale del necroforo”, e lo conserva per sé: è proprio con questo insolito manuale (e grazie all’aiuto del padre adottivo Hans) che Liesel impara a leggere; in seguito, quando il regime impone i roghi dei libri, la sua sete di apprendere e memorizzare nuove parole si acuisce. Nella lettura e nella scrittura Liesel troverà infatti un insostituibile canale di comunicazione e un modo per mantenere viva la memoria della propria storia e delle persone che l’hanno attraversata.,L’adattamento cinematografico del bestseller di Markus Zusak ha pregi e difetti. Del libro si conserva la figura della Morte/narratore (nella versione italiana non molto convincente, perché parla di sé al femminile con voce maschile), ma la sua presenza, pur piacevolmente poetica, non è del tutto giustificata perché incide poco sulla struttura della storia. La narrazione è semplice, volutamente destinata a un pubblico giovanile ma non per questo ingenua, il che è forse l’aspetto più apprezzabile del film insieme alle efficaci interpretazioni dei protagonisti. Lo stesso messaggio della lettura (=cultura) “salvatrice” della memoria e del contatto con la realtà è veicolato con leggerezza, in particolare tramite il rapporto che Liesel intrattiene con Max, il giovane ebreo accolto e tenuto nascosto dai suoi genitori: descrivendogli le giornate all’esterno e leggendogli libri mentre giace malato, la ragazzina tiene in vita l’amico. La forza espressiva delle parole salva Max dal destino che i nazisti vorrebbero per lui, quello di “uomo invisibile” (come sembra suggerire un riferimento al libro di H.G. Wells).,Brian Percival si porta dietro dalla fortunata serie tv Downton Abbey uno stile narrativo classico, ma in un contesto in cui forse, per lasciare davvero il segno (o almeno per omaggiare il libro di provenienza), a livello registico si poteva osare di più. ,Maria Triberti