Con un’introduzione riflessiva del capitano Kirk (Chris Pine), l’USS Enterprise si presenta questa volta attraverso le dinamiche personali che legano tra di loro i componenti dell’equipaggio. Non per niente il regista Justin Lin, scelto dall’ormai onnipresente produttore J.J. Abrams, è lo stesso degli episodi 5 e 6 di Fast and Furious, che mettevano l’accento, oltre che su un numero illimitato di scene d’azione, sull’importanza che i protagonisti davano alla famiglia (questa volta invece, omaggiando il politically correct, ci viene mostrato il timoniere Sulu atteso allo sbarco dal compagno e da una figlioletta). Così, con questa consapevolezza di essere una squadra, anche se non senza alcune crisi latenti, l’astronave più famosa della Federazione Terrestre è inviata ancora una volta nello “Spazio Profondo”, un territorio astrale dai confini ancora sconosciuti, e dove dietro ogni pianeta, stella o asteroide potrebbe celarsi una fatale imboscata, come infatti puntualmente accade: l’Enterprise è ridotta a pezzi e il suo equipaggio è fatto prigioniero su un pianeta selvaggio. Solo alcune coppie degli ufficiali riescono a nascondersi per approntare un piano di salvataggio, con rudimentali strumenti a loro disposizione. Questa situazione permette ai vari componenti, nel tentativo di salvarsi e liberare i compagni, di rimettere a fuoco le proprie motivazioni e, come in un percorso di “team building”, attraverso le difficoltà ritrovare la fiducia in se stessi e nei compagni.

Un aspetto importante da questo punto di vista è il contrasto voluto tra la flotta degli innumerevoli velivoli nemici, sincronizzati su un’unica mente, e la versatile creatività dell’equipaggio dell’Enterprise, pronto a trovare risorse anche nei materiali più antiquati, come un grosso registratore che pompa a tutto volume i Beastie Boys (e che fa chiedere a McCoy “È musica classica?”) e addirittura una motocicletta. Secondo lo stile di Lin, le scene di azione sono girate attraverso riprese che prediligono i primi piani piuttosto che i grandi spazi (come forse un film ambientato nello spazio meriterebbe maggiormente), ma la colonna sonora di Michael Giacchino supporta egregiamente le scene. Anche il giovane cast (se si eccettua Idris Elba e un doveroso tributo a Leonard Nimoy) trova sempre maggior confidenza nei personaggi. Peccato per la prematura scomparsa di Anton Yelchin (cui il film è dedicato): sarà difficile trovare un altro Chekov del suo livello.

Beppe Musicco