Andrej Tarkovskij era forse l’unico regista che potesse definirsi anche un mistico e un profeta. Il solo che gli poteva stare in qualche modo vicino, per lirismo metafisico e visionaria capacità di sintesi, era il tedesco Werner Herzog, a cui però mancavano l’afflato etico e il rigore filosofico che pervadevano le opere del regista russo. Umile e orgoglioso come un pellegrino medievale, Tarkovskij incarnava lo spirito cocciuto e bramoso di assoluto dell’antica Rus’, la Russia bianca di cui era figlio ed erede. Anche per questo a noi occidentali, cartesianamente educati al culto della razionalità e dell’evidenza, i suoi film restavano così ostici e incomprensibili: pretendevamo lo “sviluppo organico” e le idee “chiare e distinte”, precludendoci così la possibilità di afferrarne il sostrato pregno di religiosità cristiana ortodossa. Tarkovskij invece, con la sua opera, aveva l’ardire di presumere che a un animo semplice e a un cuore puro nulla è negato, neppure la comprensione dell’indecifrabile. Tale sembra anche l’idea alla base di Stalker, intrigante poema cinematografico tratto molto liberamente da un racconto di fantascienza dei fratelli Arkadij e Boris Strugatskii, “Picnic sul ciglio della strada”. Il film, quando uscì, diede l’impressione di non assomigliare a nessun altro film mai girato prima (cosa che peraltro in qualche misura poteva dirsi di tutte le opere di Tarkovskij). Stalker palesava sia la difficoltà già accennata a porvisi innanzi con una mentalità occidentale, sia l’inadeguatezza della critica ufficiale a giudicarlo con i criteri abituali. A che cosa valeva applicarvi gli strumenti della psicanalisi o della sociologia, oppure intravvedervi metafore politiche o religiose, se poi al tirar delle somme ogni ipotesi andava per la sua strada, magari addirittura contraddicendosi con le altre? Mai come nel caso di Stalker era sterile il lavoro di decodifica dei simboli che vi apparivano. Tarkovskij pareva mettere in scena il non-visibile, la quarta dimensione in cui vive senza saperlo una parte di noi stessi, l’altra faccia della coscienza: e nel far ciò egli risultava uno dei pochi registi in grado di inventare nuove forme espressive. Stalker è dunque un viaggio all’interno di noi stessi, della parte più recondita, un viaggio verso il desiderio che è, innanzi tutto, desiderio di felicità. Ma che, per essere colmanto, ha bisogno di una guida., Tra citazioni dell’Apocalisse e icone con Cristi sommersi nelle acque dell’inquietante Zona, lo Stalker risulta un innocente agnello sacrificale che deve subire la derisione delle persone a cui si è dedicato (verso la fine del film lo Scrittore gli pone in testa una corona di spine). Il personaggio, un po’ fra Don Chisciotte e il principe Myshkin dell’Idiota di Dostoevskij, è insomma l’ultimo idealista in un mondo degradato, dove gli adulti sono inariditi anche spiritualmente e soltanto i bambini (come già accadeva in Andrej Rubliov e ne Lo specchio) sembrano conservare ancora fede nel futuro.,Roberto Copello,