Dai nostri inviati al Lido

Bisogna ammettere che il concorso veneziano – che domani vedrà l’assegnazione dei premi nella serata finale – ha continuato a proporre film importanti (nonostante qualche delusione) fino alla fine. È il caso del nuovo film di Emir Kusturica, che torna a Venezia per la terza volta dopo il suo esordio Ti ricordi di Dolly Bell? e Gatto nero, gatto bianco. Ora con il suo ultimo film, On the Milky Road propone una “fiaba moderna” (secondo la definizione data dal regista) che ha come protagonisti principali Kosta, un uomo che porta il latte in trincea, e una donna italiana (Monica Bellucci) promessa sposa ad un generale. La guerra, l’amore e i matrimoni combinati sono temi cari al regista serbo che ha iniziato a girare questo film nel 2013. La comicità che generano gli animali, la semplicità della vita della fattoria e la bellezza della natura fanno da sfondo all’amore che nasce tra Kosta  e l’italiana. Quando il loro sogno sembra ostacolato (perché di Kosta è innamorata Milena, futura cognata della “promessa sposa”), la guerra, con le sue barbarie, sembra aiutare questo nuovo amore. Non è certo il miglior film di Kusturica, ma il regista riesce sempre a strappare un sorriso, a creare spazi di umanità pur in mezzo a una guerra che rende disumani.

Spaziando nelle altre sezioni, in Orizzonti abbiamo apprezzato un piccolo film proveniente da lontano. Il Nepal, di ieri e di oggi: lo descrive in White Sun il regista Deepak Rauniyar alla sua seconda opera. La guerra civile (iniziata nel 1996 e finita nel 2006) tra i sostenitori del re e i ribelli maoisti è raccontata attraverso due fratelli, divisi dalla politica, riuniti per seppellire il loro padre morto improvvisamente. Lo sguardo del regista si posa però su due bambini: Badri, un orfano di guerra, e Pooja, una bimba che vorrebbe sapere a tutti i costi il nome del padre. Alla loro purezza il regista affida il suo punto di vista sul Nepal: il futuro del Paese è nello sguardo di chi cerca le origini e di chi, perduto tutto, vuole una famiglia. White Sun, nonostante alcune svolte narrative a volte didascaliche, si dimostra capace di arrivare al cuore dello spettatore, facendo conoscere una realtà spesso filtrata dai media.

Infine, chiudiamo queste note su Venezia 73 con Vangelo di Pippo Delbono, evento speciale della sezione autonoma Giornate degli Autori. Attore e regista, impegnato sia a teatro che al cinema (dove viene utilizzato anche in progetti altrui, con doti da interprete sempre notevole), Delbono ha realizzato una serie di film che è riduttivo definire documentari. Opere in cui l’uomo prima che il regista si offre completamente, a cominciare dalla sua situazione di salute (Delbono è da tanti anni sieropositivo; e qui inizia con il filmarsi, con il cellulare, mentre è in ospedale colpito da una brutta infezione agli occhi). Il suo Vangelo è laico: ma Delbono, dichiaratamente ateo, ha sempre vissuto con tenerezza la fede dell’anziana madre – scomparsa da pochi anni, cui il film è dedicato – che gli suggeriva di parlare in un suo film di Gesù e dell’amore. Per farlo usa una particolare angolazione: quella dei “poveri cristi” che giungono sulle coste italiane, rischiando di annegare. Delbono legge passi del Vangelo o li fa recitare dai suoi attori/migranti, ne mette in scena pagine alternate a riflessioni sulla loro tragica situazione, assegna ad alcuni di essi i nomi degli apostoli. Un’opera certo non per tutti, che può anche disturbare, ma in cui lo “scandalo” della croce cristiana paradossalmente risuona con una forza nettissima (“Ho trovato qualche cosa in loro che credo c’entri con la verità, la bellezza, l’arte, la fede. E forse con quel Vangelo in cui tanto credeva mia madre” dice a un certo punto Delbono). Con uno sguardo di vera compassione per le sofferenze umane (i primi piani sui singoli rifugiati, le domande angosciate su quei viaggi in cui la morte è sempre in agguato) e una lucidità profetica – sulla vita, sull’uomo, sul senso del sacro – che oseremmo definire “testoriana”.