Di solito si tende a fare i bilanci di un festival dopo la premiazione. Ne deriva però spesso un giudizio condizionato da quello che è sì l’atto conclusivo, che manda in archivio in un modo o nell’altro una rassegna (quanti disastri compiono, in questo senso, certe giurie). Ma che al pubblico di non addetti ai lavori, che da casa vorrebbe capire semplicemente quali film sono meritevoli di essere visti nelle prossime settimane e mesi, interessa poco o punto.

Quindi, che festival è stato la 73ma Mostra d’arte cinematografica di Venezia? Premessa: in un festival è praticamente impossibile vedere tutto: oltre 50 titoli nella sezione principale, più almeno altri trenta nelle rassegne autonome (Giornate degli Autori e Settimana della Critica). Noi di Sentieri del Cinema ci siamo messi di impegno, ma qualcosa ci è sicuramente sfuggito. Recupereremo qualcosa nelle “riprese” che si organizzano a Milano e a Roma (grazie alla meritoria opera delle sezioni regionali Anec, l’associazione degli esercenti), ma un’idea ce la siamo certamente fatta.

Non facciamo pronostici per la premiazione (al contrario di premi come gli Oscar o i David di Donatello, nei festival sono troppo pochi i giurati perché il verdetto non sia fortemente caratterizzato dai gusti dei singoli), ma ci limitiamo a sottolineare i film che ci hanno colpito di più. Non pochi, anzi: dopo qualche annata più insoddisfacente, quest’anno Venezia ci è piaciuta, e molto. Come sempre, il direttore Alberto Barbera è partito bene con un ottimo film di apertura, il musical La La Land di Damiel Chazelle. Ma al contrario che in altri anni, per tutto il festival si sono visti ottimi o buoni film, non solo nei primi giorni. In concorso e fuori concorso, o nelle altre sezioni ufficiali e non.

Nel concorso, e in assoluto, il nostro colpo di fulmine è stato Rai (titolo internazionale, Paradise) del russo Andrei Konchalovskij. Un film davvero sorprendente – strano a dirsi, dopo i tanti film sull’Olocausto – e imperdibile. Poi, come si immaginava, hanno fatto la parte del leone gli americani (mai così numerosi),  dal film di fantascienza Arrival (Usa) di Denis Villeneuve con una grande Amy Adams al thriller Nocturnal Animals di Tom Ford, da Jackie di Pablo Larrain (con una toccante Natalie Portman) al melò The Light Between Oceans di Derek Cianfrance con Michael Fassbender e Alicia Vikander (maltrattato dalla critica, ma apprezzabile nonostante alcuni difetti). Ma anche il documentario Voyage of Time di Terrence Malick (che pure troviamo fuori luogo in gara) e in parte anche The Bad Batch di Ana Lily Amirpour (ma certi eccessi sono disturbanti).

A parte gli Usa, molto bello l’argentino El Ciudadano Ilustre di Mariano Cohn e Gaston Duprat. Tra gli altri, ci hanno convinto nonostante qualche limite  l’italiano Piuma di Roan Johnson, On the Milky Road di Emir Kusturica, Frantz di François Ozon. Troviamo poco coinvolgente Une Vie di Stephane Brize ma non possiamo negare che sia cinema di alto livello qualitativo, come pure il fluviale The Women Who Left del filippino Lav Diaz (quasi quattro ore…). Troviamo invece inspiegabile mettere in concorso un documentario come Spira Mirabilis di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, soporifero e cerebrale (sezioni più sperimentali sarebbero state la collocazione adeguata), mentre ancora una volta Giuseppe Piccioni con Questi giorni ha fatto un film che si ferma a metà. Lo salviamo per la sua sensibilità, ma il film alla fine lascia un senso di incompiutezza.

Da bocciare completamente, infine, quattro film: Brimstone dell’olandese Martin Koolhoven, il noiosissimo Les Beaux Jours d’Aranjuez di Wim Wenders (regista un tempo da noi molto amato, sigh) e il cileno El Cristo Ciego di Christopher Murray; su tutti, il disgustoso La Region Salvaje del messicano Amat Escalante (non nuovo a provocazioni fini a se stesse).

Quanto al resto delle proposte – dove le prime puntate di una serie tv, The Young Pope di Paolo Sorrentino, hanno attirato l’attenzione mediatica più di tanti film – ricordiamo solo le cose belle: il grande ritorno alla regia di Mel Gibson con Hacksaw Ridge (la storia vera di un eroe “disarmato” nella seconda guerra mondiale)¸ il britannico The Journey di Nick Hamm (con gli strepitosi Timothy Spall e Colm Meaney), su una pagina di recente storia ovvero la pace nell’Irlanda del Nord, The Bleeder del canadese Philippe Falardeau (la storia del pugile che ispirò il personaggio di Rocky Balboa ), ma si è fatto apprezzare anche il thriller coreano Miljeong (The Age of Shadows) di Kim Jee-Woon. Poi, tra le altre sezioni, due commedie divertenti e intelligenti: Laavor et Hakir (Un appuntamento per la sposa) dell’israeliana Rama Burshtein e il finto documentario King of the Belgians di Peter Brosens e Jessica Woodworth, l’imperfetto ma vitale Indivisibili di Edoardo De Angelis (anche grazie a una coppia di giovani sorelle esordienti) e il Vangelo di Pippo Delbono, opera sincera e personalissima in cui il regista dichiaratamente ateo accosta migranti e rifugiati allo “scandalo” della Croce di Gesù.  

Antonio Autieri

 

PS Un grazie ai nostri “inviati” e collaboratori al Lido: Emanuela Genovese, Laura Cotta Ramosino, Luisa Cotta Ramosino e Marianna Ninni. Nella nostra squadra anche la partecipazione straordinaria, come si dice nei film, di Armando Fumagalli. Con il supporto tecnico esterno dei preziosi Maria Elena Vagni, Massimo Gianvito, Pietro Sincich e Beppe Musicco, anche per rilanciare le nostre note su Facebook e Twitter.