Dai nostri inviati al Lido

Siamo al secondo giorno, e se non mancano le delusioni (o le visioni che non lasciano alcun segno: queste ve le risparmiamo), c’è già un secondo grande film dopo La La Land.

In concorso El Cristo ciego, del cileno Christopher Murray, è un racconto sul bisogno del sacro nel mondo contemporaneo interpretato da attori non professionisti. Il giovane Michael, dopo un’esperienza mistica nel deserto (si è fatto inchiodare le mani su un albero morto per trovare Dio e avere una risposta alle sue domande), è convinto di essere in qualche modo diventato lui stesso “un cristo” in grado di fare miracoli con la sua fede e l’imposizione delle mani, una convinzione che suscita lo scherno di molti compaesani ma il rispetto e la fiducia di anime più semplici, colpite dalla sua autentica generosità. Tra il bisogno inesauribile di credere, il silenzio di Dio e la tendenza dell’uomo a un’impossibile autosufficienza, la storia di Murray ha momenti di commozione, ma anche un passo lento e una rischiosa ripetitività che mette duramente alla prova il pubblico. La povertà di quello che è ormai quasi un genere di film da festival rischia di diventare compiacimento e lascia lo spettatore più spossato che conquistato.

Fuori concorso, ci ha convinto poco anche L’estate addosso di Gabriele Muccino. Un ragazzo e una ragazza dopo la maturità fanno un viaggio in America – dove saranno ospiti di una coppia di ragazzi omosessuali – che cambierà la loro vita… Da apprezzare il senso dell’amicizia, l’incanto della gioventù, certi squarci visivi, alcune osservazioni azzeccate su come gli americani vedono l’Italia. Ma non c’è grande profondità nei personaggi, oltre a un disprezzo esibito per chi non condivide certe opinioni e scelte (riserve sempre espresse da personaggi antipatici e scostanti). E un senso della giovinezza che non è la preparazione per la vita adulta e le sue responsabilità, ma un’età in cui avere solo rimpianti visto che tutto è precario e destinato a finire.

Ci ha invece conquistato Arrival di Denis Villeneuve (concorso), un gran bell’esempio di cinema e di fantascienza capace di creare tensione e dramma ma anche di riflettere su temi profondi. Come la natura del linguaggio, il suo rapporto con l’esperienza e il potere delle parole di plasmare il modo di pensare. Il tutto in una confezione registica impeccabile e con grandi interpretazioni. In un futuro che potrebbe essere anche l’oggi, 12 astronavi aliene si posano in altrettanti luoghi della terra. Stati e superpotenze si interrogano su identità e intenzioni dei nuovi arrivati. Il governo americano, per affrontare il mistero, convoca una linguista (Amy Adams) e un fisico (Jeremy Renner). Ognuno dei due affronta l’ignoto armato della propria scienza e della propria umanità e l’avventura della comunicazione con l’Altro diventa poco a poco anche una frenetica corsa per salvare l’umanità dal disastro. Villeneuve affronta la fantascienza non con l’afflato metafisico di Nolan, ma investendola  di interrogativi esistenziali profondi su tempo e memoria. E Venezia si porta a casa un altro gran bel film. Quando uscirà nei cinema a fine novembre, non fatevelo sfuggire.