Newcastle, giorni nostri. Ricky vuole lavorare e lavorare bene. Ha una famiglia da mantenere, Seb un figlio ribelle e adolescente e Liza una ragazzina di undici anni, studiosa e premurosa. Sua moglie, Abbie, lavora come infermiera free lance e viene pagata a ore per occuparsi di anziani e giovani disabili. Lo fa con una morale e una dolcezza tali che sembrano quasi irreali. E quando decide di rinunciare alla macchina, che le permette di spostarsi da una parte all’altra della città in qualsiasi orario, lo fa solo per assecondare Ricky che deve acquistare un furgoncino per lavorare in autonomia – almeno questo così gli sembra – nel franchising delle consegne.

La famiglia di Ricky è unita, Abbie gestisce la quotidianità dei figli anche via telefono, e tutto sembra, nonostante la stanchezza e i tempi professionali alienanti, scorrere liscio. Senza sbavature, senza eccessive difficoltà. Ma qualcosa si incrina. I tempi della vita insieme, e soprattutto del sapere stare insieme, si riducono. Le pressioni sul lavoro aumentano per Ricky, costretto a lavorare, senza il tempo dei bisogni primari, quattordici su ventiquattro ore per sei giorni a settimana. E di conseguenza aumentano le pressioni familiari.

Sorry We Missed You è il titolo del nuovo bellissimo film di Ken Loach (Palma d’oro nel 2006 per Il vento che accarezza l’erba e nel 2017 per Io, Daniel Blake), che indica la scritta posta sul cartoncino di una mancata consegna (più o meno “ci dispiace non averti trovato”, ma letteralmente sarebbe “ci sei mancato”). Un cartoncino che non vorrebbero mai firmare i fattorini che corrono da una parte all’altra della città per recapitare tempestivamente pacchi ai clienti. Ma Sorry We Missed You è anche una scritta programmatica. Cosa ci stiamo davvero perdendo,sembra chiedere a ciascuno di noi Ken Loach che scrive il suo ventiseiesimo lungometraggio insieme allo sceneggiatore e amico Paul Laverty.

Chi stiamo diventando? Chi vogliamo essere? L’esperienza della povertà e delle difficoltà del sopravvivere, del lavoro totalizzante e spesso avvilente, diventano il cuore di questo film che racconta la provincia inglese e non rischia, mai, in nessuna scena, di incorrere nel pauperismo giudicante e nella retorica dei consumi. Loach e Laverty scardinano narrativamente il meccanismo della professione, che punta sempre all’efficienza e abbassa non solo la qualità della vita ma anche la sua sostenibilità economica. Conoscono bene, perché vivono la realtà, quella piaga che, nel nostro terzo millennio,disintegra l’unità familiare e la stessa dimensione della casa. Certo, la speranza in una vita migliore sembra scomparire, a causa, non dell’assenza materna, ma di un problema ancora più grande che riguarda ogni membro della società. Ma se si è onesti la lettura del finale assume innumerevoli sfumature e apre e non chiude l’orizzonte definitivamente. La regia asciutta di Loach e la scrittura realistica di Laverty si fondono in Sorry We Missed You e illuminano il nostro quotidiano, troppo spesso misurato attraverso la lente della perfezione formale e della rapidità.

Emanuela Genovese