Se cercate un film consolatorio e che vi faccia uscire dal cinema alleggeriti, Sole cuore amore non fa per voi. Se invece cercate un film in grado di scuotere, allora il nuovo lavoro di Daniele Vicari fa al caso vostro. Perché non è un film che si dimentica facilmente. Siamo a Roma. Eli (Isabella Ragonese) è una giovane donna, madre di quattro figli. Lavora in un bar e per arrivare in tempo si alza alle 4.30 del mattino, abitando fuori Roma. Ha un marito, Mario (Francesco Montanari, Romanzo criminale – La serie), disoccupato e che vive di lavori estemporanei. Vale (Eva Grieco) è la sua amica del cuore, una “sorella”. Abita nello stesso palazzo e fa la ballerina performer nei locali. Vive sola e ha diversi problemi, soprattutto con la madre. È Eli ad averle insegnato a ballare prima di ritirarsi dalle scene per fare la mamma a tempo pieno. Questa è la cornice in cui Vicari ambienta Sole cuore amore, titolo ripreso dal ritornello di una amena canzone di grande successo del 2001 intitolata “Tre parole” e cantata da Valeria Rossi.

Se la canzone è leggera, il film non lo è assolutamente per i temi affrontati ed è ispirato a una storia vera. Il personaggio principale è quello di Eli, interpretato in modo molto convincente da Isabella Ragonese in una parte che ricorda il suo ruolo in La nostra vita di Daniele Luchetti. Tutto il film ruota attorno alla sua storia, quella di una pendolare che deve accettare ogni cosa pur di portare a casa uno stipendio indispensabile per mandare avanti la famiglia. Deve accettare di lavorare sette giorni su sette a parte la domenica pomeriggio, di essere pagata in nero, di subire la maleducazione della moglie del titolare del bar e il cinismo del titolare stesso, Nicola, che, nel momento di maggior bisogno di Eli, le negherà un semplice permesso per assentarsi una giornata («altrimenti dovrò cercarmi un’altra barista»). Perché il problema di Eli è che è molto tagliata per questo lavoro, i clienti l’apprezzano parecchio, il principale lo sa e se ne approfitta. Vale fa da contraltare a Eli; se una è vincolata alla famiglia, l’altra è libera di disporre della sua vita. Ma non è felice; è sola, ha abbandonatogli studi, ha un lutto drammatico alle spalle per il quale la madre la accusa. Ma se Vicari tratteggia con convinzione il personaggio e la storia di Eli, è meno convincente attorno a quella di Vale, che rimane più sfumata. Quello di Vicari è un film sul lavoro (molto ben riuscite le scene da pendolare, con Eli che passa da un pullman a un bus alla metro), sulla difficoltà di vivere che attanaglia molte famiglie, sulla solitudine ma anche sull’importanza di poter contare su affetti solidi. Certo, il rischio che si corre è che la vita porti via tutto. Di Isabella Ragonese, una delle migliori attrici italiane in questi anni, abbiamo già detto ma è molto bravo anche Francesco Acquaroli (Gli ultimi saranno ultimi) nella parte del titolare del bar tratteggiato in modo perfetto. Interessante la scelta registica di Vicari di far girare Eli sempre con un cappotto rosso (una rievocazione della bambina di Steven Spielberg in Schindler’s List?) mentre la colonna sonora che fa da sfondo è troppo sofisticata e ridondante e può risultare fastidiosa all’ascolto.

Stefano Radice