Attore comico, con frequenti incursioni nel teatro, Paolo Cevoli è giunto alla notorietà coi buffi personaggi portati in televisione a “Zelig” (l’assessore, il motociclista e altri ometti dalla vistosa parlata romagnola, capaci di far sbellicare il pubblico con una battuta o un incomprensibile giro di parole). Col suo primo film, da lui stesso prodotto, diretto e interpretato, ha voluto rendere un tributo al nonno, soldato della prima guerra mondiale, raccontando la favola di un altro piccoletto, il maestro elementare Gino Montanari, costretto ad arruolarsi volontario dopo che i suoi discorsi antimilitaristi in classe l’avevano reso inviso al direttore e al clima interventista del paese. Così Montanari, scapolone romagnolo, mangiapreti e pacifista si ritrova tra gli alpini (forse a causa del suo cognome) a fare l’eliografista (quello che trasmette in codice Morse col riflesso del sole) in bizzarra compagnia in un avamposto di montagna ai piedi di un cocuzzolo. Tra bergamaschi, veneti e un giovanissimo aiutante che viene da Capri e che sogna di ritornare al mare, già capirsi sembra un bel problema, ma la guerra mostrerà molto presto il suo lato di morte. Il maestro Montanari ha ancora gli atteggiamenti da “patacca” di tanti personaggi televisivi, ma mostra approfondimenti umani inaspettati, nel rapporto coi commilitoni, nei dialoghi con un soldato austriaco di cui alternativamente è carceriere o prigioniero, in quella mescolanza di pavidità e coraggio con cui spesso vengono rappresentati gli uomini al fronte. Molto meno sbracato di tanti altri comici televisivi passati al grande schermo, Cevoli fa apprezzare di aver la stoffa dell’attore, capace anche di maschere drammatiche, e di mettere in bocca al suo personaggio domande sensate su una guerra spesso assurda, soprattutto per chi dovette combatterla. Dispiace però che il film sia girato in fin troppo evidente economia, che alcune belle riprese di montagna dall’elicottero non bastano a far decollare. Il cast alquanto striminzito fa spesso fatica a stare insieme, e non solo per le diversità dialettali: Lionello ha mestiere nell’interpretare lo schizofrenico comandante dell’avamposto, meno gli altri attori, ridotti a poche battute in quadretti che sembrano sketch tenuti esilmente insieme, o a muoversi sulla scena senza scopo. Un conto poi è Cevoli, ma quando gli altri provano a far ridere, il risultato è decisamente scarso. Ciò nonostante, Soldato semplice, anche se non è La Grande Guerra e non può contare su attori del livello di Gassman o Sordi, merita di essere visto e apprezzato, nella semplicità dei suoi protagonisti e nello sguardo poetico sull’animo umano che la guerra non riesce a distruggere. E sperando che il suo regista e protagonista possa, con mezzi più adeguati, mettersi alla prova in futuro con altre storie e personaggi.,Beppe Musicco