Il “The Pearl” è un gioiello che svetta nei cieli di Hong Kong, trafiggendo le nuvole quasi a sfidare Dio e la natura, rappresentando il più alto vertice del genio architettonico umano. Un grattacielo avveniristico in fatto di progettazione, sicurezza e capacità attrazionale, destinato ad ospitare abitazioni, centri commerciali e divertimenti di ogni tipo. Tecnologia e ingegneria all’avanguardia si fondono in questo colosso che batte tutti i record di altezza. Ma da che mondo è mondo (e da che film è film), quando in una pellicola made in Usa un ricco imprenditore gongola troppo per la sua creatura si può essere certi che a breve comparirà qualche crepa a incrinare le sue sicurezze. Eppure tutto, a poche settimane dall’inaugurazione, sembra perfetto: parola di Will Sawyer, energumeno ex agente dell’FBI che perse una gamba (e il lavoro) durante una missione azzardata, chiamato in Oriente per supervisionare la sicurezza della struttura.

Assieme a lui zoppica anche la sceneggiatura, ma poco importa: in un film del genere di Skyscraper non è certo la coerenza narrativa quello che deve funzionare al meglio. Quindi siamo disposti ad accettare che lui lasci la famiglia in uno degli appartamenti dell’edificio semi-deserto e che una serie di situazioni che non sveliamo portino una banda di terroristi ad assaltare la fortezza, se in cambio dei salti narrativi possiamo godere dei salti di Dwayne Johnson in versione Die Hard sulla facciata del grattacielo. Braccato dalla polizia di Hong Kong, dovrà a sua volta espugnare il palazzone con rocambolesche evoluzioni per salvare moglie e figli. E già che c’è, sventare l’attacco nemico. Del film con Bruce Willis manca ovviamente l’appeal del protagonista, la verve della sceneggiatura, i continui cambi di prospettiva. Ma ritroviamo anche qua un vago sapore anni 80 (a partire dalle facce dei cattivi che si fingono buoni ma che hanno espressioni lombrosianamente sospette, passando per la pretestuosità dello scopo dell’incursione nemica) e possiamo comunque godere, grazie ad una regia attenta e spettacolare firmata da Rawson Marshall Thurber, degli stratagemmi che il forzuto protagonista deve inventarsi per portare a casa la pelle. Sporco, ferito, sudato farà di tutto per scrivere il lieto fine ad una storia che va vissuta senza pretese, come elettrizzante passatempo vietato a chi soffre di vertigini, in cui funziona tutto ciò che deve funzionare, rendendo il film decisamente migliore della miriade di pellicole action che ogni anno riempiono le sale.

Pietro Sincich