Per festeggiare 50 anni ottimamente portati, nonostante qualche occasionale caduta, l’agente segreto più famoso del cinema si lancia in un’avventura che è tutta un gioco tra presente, passato e futuro, con un tripudio di citazioni dai capitoli precedenti (e non solo dell’era Craig), ma anche da altri “grandi” del cinema, senza farsi mancare più colte citazioni letterarie (una su tutte quella, bellissima, di Tennyson pronunciata imprevedibilmente proprio dalla pochissimo poetica M…).,Curioso pensare che alla fine di questo rutilante “celebrazione” che, come è ormai d’uso nei grandi franchise cinematografici, fa tappa nelle città del nuovo potere economico (qui Istanbul, già vista in Taken 2, ma soprattutto Shangai), il punto di arrivo sia deliziosamente “retrogrado”, con le donne (siano essere di potere, d’azione o “di piacere”) ridotte a morire o a finire dietro una scrivania. Per non parlare del cattivone di turno (un superbo Javier Bardem) con pose da omosessuale che tenta di sedurre (e non solo metaforicamente) Bond e viene da lui signorilmente respinto per riaffermare un machismo “ripensato” che è il portato più evidente di quest’ultima lettura del personaggio, insieme a un reale approfondimento della sua psicologia. Che non tradisce nulla del passato, ma al tempo stesso si porta dietro, come del resto dichiarato dal regista Sam Mendes (American Beauty, Revolutionary Road), quell’aura di “cupezza buona” tipica dei blockbuster di qualità degli ultimi anni (si legga la serie di Batman firmata Nolan, ma anche in qualche modo, aggiungeremmo noi, la saga di Bourne).,Quest’ultima avventura, infatti, da una parte mette a tema apertamente la necessità (vera o fasulla, è da decidere alla fine del film) di un “rinnovamento” (anche a costo di “rottamare” un glorioso passato, se possiamo permetterci questa parola diventata comune nel linguaggio politico), e per questo esibisce nuovi personaggi tutti da scoprire (quelli ottimamente impersonati dal giovane Ben Whishaw, un Q nerd e simpatico, e da Ralph Fiennes, funzionario dal passato misterioso), mescola cyber-terrorismo ad armi vecchia maniera (doppiette, pugnali, ma anche la vecchia gloriosa Aston Martin), ma soprattutto mette in discussione sia l’efficienza di Bond che il discernimento di M.,Ma il film non ha paura di mettere in campo anche un discorso sui “valori”: la lealtà messa alla prova, la fedeltà a un ideale anche di fronte all’estremo sacrificio, la legittimità di quel sacrificio, ritagliando un Bond tridimensionale, anche perché accompagnato da personaggi alla sua altezza. Il che non significa che la pellicola non sia anche un ottimo prodotto di intrattenimento: grande musica (a partire dai titoli “cantati” da Adele sullo sfondo delle solite geniali e suggestive ricerche grafiche a cui 007 ci ha abituato), grande azione ottimamente fotografata, belle donne e belle macchine, ironia pungente e a volte scorretta distribuita a piene mani come solo Bond si può permettere. ,Così si perdonano volentieri certe forzature della trama, qualche passaggio che forse non terrebbe a una stretta logica, ma che per noi spettatori fa solo parte di quel mondo senza tempo (ma non per questo fuori dal tempo) in cui bene e male, benché sempre ricchi di sfumature (quelle ombre di cui parla M), possono essere chiamati con il loro nome e l’ideale, rievocato dal Tennyson di cui sopra, riesce a conquistare anche l’anima dei più spietati pragmatici.,Luisa Cotta Ramosino