La scommessa di Wilma Labate (“La mia generazione”, “Domenica”) era affrontare un nodo storicamente e socialmente doloroso per il popolo della sinistra italiana, in particolare per il sindacato: la sconfitta nella battaglia tra dirigenza Fiat e operai, che dopo oltre un mese di scioperi e battaglie contro i licenziamenti (ovvero, il piano di risanamento di un’azienda in crisi) videro le confederazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil accettare il piano del governo che cercava un punto di incontro con l’azienda. Una resa, a detta di molti lavoratori. Un compromesso realista per chi guidava la Triplice (Lama, Carniti e Benvenuto). La Fiat dell’avvocato Agnelli e soprattutto del suo amministratore delegato Cesare Romiti la vinse anche grazie alla storica marcia dei 40.000 (dirigenti, quadri, impiegati e anche operai) che, contro i continui scioperi, chiesero di tornare a lavorare, contro i picchetti dei “duri”. Per molti, da quel giorno fu la fine della classe operaia.,Fin qui la storia, che si intuisce più dai vari spezzoni di repertorio (tg, filmati ufficiali o meno: si vede Enrico Berlinguer arringare le folle di scioperanti, gli allora giovani dirigenti del Pci torinese Piero Fassino e Giuliano Ferrara…), che dalla storia di Emma e Sergio. Non è mai facile, soprattutto per il cinema italiano, raccontare una storia d’amore raccontando la Storia: ne perde l’uno o l’altro aspetto. In questo caso, l’affresco storico è confuso e ideologico (gli operai hanno tutte le ragioni: e, come ha detto Romiti, non c’è traccia di infiltrazioni BR, l’unica allusione al terrorismo è la “sparata” di un barista, subito osteggiata dall’onesto operaio interpretato dall’intenso Filippo Timi; gli impiegati sono violenti e picchiano gli scioperanti, sic, e i dirigenti persone senza scrupoli…), ma anche la storia d’amore – meglio, il triangolo: con Emma, di umile famiglia meridionale che cerca il riscatto sociale, incerta tra la possibilità di sistemarsi con il dirigente e il più emozionante rapporto con il povero “ribelle” – perde via via mordente. E le cose, nella parte finale rischiano di scivolare nel ridicolo: certe scelte politiche diventano il puro reagire a pulsioni sentimentali (l’innamoramento porta Emma dalla parte degli scioperanti, la gelosia di Silvio lo porta a cambiare posizione verso i suoi capi e a far licenziare il rivale). E dimentichiamo l’epilogo ai giorni nostri, con i protagonisti che si rivedono (ma sono invecchiati pochissimo!): inutile e da brividi, in senso negativo.,Peccato, perché nella prima parte attori ispirati e dialoghi ben scritti facevano ben sperare. E se Valeria Solarino è, oltre che molto bella, perfetta nel dibattersi tra sentimenti contrapposti, Filippo Timi è credibile nella parte di un uomo combattivo e determinato, sia nelle posizioni politiche che in amore. Quel che non convince, oltre a una debolezza di nerbo di una regia che perde ritmo progressivamente, è una povertà di scenografie, ambienti, mezzi per cui gli scioperi – altro che battaglie epiche – sembrano organizzate da quattro gatti e gli scontri con i pericolosi “crumiri” sono zuffe di quartiere… Come si diceva, sono nei filmati di repertorio si intravede qualcosa di quel momento storico drammatico. Ma allora, come si dice in questi casi, non era meglio un documentario?,Antonio Autieri