A Roma non piove da tre anni, il Tevere è prosciugato, il razionamento dell’acqua ha cambiato volto alla città; in questo contesto si muovono le storie di alcuni strani figuri, protagonisti di questo film corale, le cui vite si intrecciano tra casualità e destino. Fuori concorso alla 79ª Mostra del Cinema di Venezia, con Siccità il regista livornese Paolo Virzì torna a osservare e raccontare l’Italia nella sua viva e umana contemporaneità attraverso una storia post-apocalittica, quasi distopica, eppure capace di mescolare al paradosso una buona e inquietante dose di verosimiglianza.

In una Roma devastata da una siccità triennale e da uno strano e fatale morbo del sonno, l’aria che si respira è putrefatta, rancida di sporcizia e calore, così come sfilacciati e malati sono i rapporti tra gli esseri umani che percorrono le strade della città: Antonio (Silvio Orlando), in prigione per un terribile errore del passato, sogna di non uscire più. Loris (Valerio Mastandrea), ex autista di auto blu e ora tassista fallito, intrattiene conversazioni con personaggi del suo passato e finisce per ammalarsi. Sara (Claudia Pandolfi), medico in prima linea, scopre una nuova epidemia e cerca di diffondere la voce, mentre suo marito Luca (Vinicio Marchioni), avvocato, si dedica al sex texting con l’amante. Alfredo (Tommaso Ragno), attore in crisi, punta tutto sui social media e fallisce miseramente, mentre Mila, sua moglie (Elena Lietti), lavora in un supermercato per mantenere la famiglia. Questa misera, grande umanità si muove per Roma come un branco di spettri, desideroso tanto di speranza e riscatto quanto abbandonato a sé stesso e alla propria bruta necessità di sopravvivenza; se in tal senso immediato è il riferimento alla pandemia, al suo cupo sviluppo e agli ancor più cupi e catastrofici effetti, il film di Virzì riesce a limitare il didascalismo e i bilanci esistenziali ex post, focalizzandosi invece sullo studio di quello che sembrerebbe un irrevocabile processo di degradazione dell’esistenza umana così come la conosciamo.

In Siccità l’ironia è dunque amarissima, e di essa si nutrono i dialoghi del film: sinceramente divertenti, brillanti e allo stesso tempo drammatici, sul loro ritmo infallibile si costruisce l’intera operazione filmica, identificabile senza dubbio nel genere della commedia nera, eppure capace – in più di un’occasione – di trovare dei piccolissimi spiragli di speranza dai quali ripartire per una possibile ricostruzione.

Il lavoro di scrittura a otto mani – portato avanti, oltre che dal regista, anche da Francesca Archibugi, Paolo Giordano e Francesco Piccolo – è di buon livello, e se di tanto in tanto gli si potrebbe forse rimproverare di aver messo troppa carne al fuoco, innegabile è la qualità della caratterizzazione dei protagonisti di Siccità, talvolta volontariamente solo abbozzati e tutti egregiamente interpretati da uno dei migliori cast visti negli ultimi anni.

Letizia Cilea

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