L’ultima fatica di Abel Ferrara ruota tutta attorno al suo protagonista Willem Dafoe (alla sesta collaborazione con il regista, di cui è diventato una sorta di alter ego) ed è uno strano viaggio più che nello spazio, nell’inconscio di un uomo.

Clint, il protagonista, si è rifugiato tra le montagne e la neve in una capanna che è anche una specie di bar, dove giungono a visitarlo personaggi man mano sempre più surreali e simbolici: una vecchia, una donna bellissima, un contadino giocatore di slot machine, addirittura un orso. La capanna si dilata, la discesa nella cantina si trasforma nell’esplorazione di una grotta, l’uscita di Clint nelle distese nevose diventa un viaggio nel deserto e anche i pesci messi a cuocere sulla brace hanno qualcosa da dire al nostro. Il pur già labile spazio di realismo che si coglie all’inizio, va via via lasciando spazio a visioni sempre più stralunate e simboliche, che si alternano con sprazzo di violenza anche impressionante.

Di questi personaggi, Clint (e pure gli spettatori, a cui Ferrara, per sua stessa ammissione, non ha voluto offrire vantaggi rispetto al protagonista) non capisce quasi una parola, ma è chiaro che ciascuno di loro rappresenta un qualche momento importante o irrisolto del suo passato: una donna amata, un figlio, un padre (interpretato dallo stesso Dafoe con un trucco assai riconoscibile). Il percorso spirituale (che passa dalla neve al deserto, alla campagna per tornare poi al suo inizio) è spesso criptico o involontariamente comico e per le stesse ragioni potrebbe creare risonanze in una parte del pubblico e lasciare sospettoso, indifferente o addirittura respinto il resto.

Certo è che regista e attore mettono nella pellicola tutta la loro energia e creatività: resta però non del tutto chiaro il messaggio di questa complicata lettera di amore, odio, scoperta e, paura e meraviglia, e sta al pubblico capire se vale la pena ascoltarli. Certo Ferrara in questa pellicola si pone agli estremi di una cinemotografia dichiaramente criptica e per pochi: creata, verrebbe da dire, più che per la visione in sé stessa, per il dibattito inevitabile che ne seguirà. Eppure, conoscendo Ferrara, non viene da pensare che si tratti di calcolato snobismo quanto piuttosto di un’esigenza di espressione che ormai non trova più la sua strada nelle forme della narrazione cinematografica tradizionale.

Laura Cotta Ramosino