Presentato fuori concorso all’edizione 2008 del Festival di Roma, “Si può fare” ha conosciuto subito il favore del pubblico, che lo ha lungamente applaudito. Scegliendo un argomento difficile come la vita dei malati mentali e mettendo al centro della scena un comico come Claudio Bisio era difficile non scadere nel siparietto o nella velleitarietà (come era successo in un film simile, “Asini”, sempre interpretato da Bisio). Invece il film di Giulio Manfredonia riesce a coinvolgere lo spettatore, scegliendo i (non facili, in questo caso) toni della commedia. A molti, per l’argomento toccato, per le facce degli attori e per alcune situazioni potrà ricordare il film di Milos Forman “Qualcuno volò sul nido del cuculo”; il film italiano ha però dalla sua parte un aggancio alla realtà e un accento allegro, pur non esente da malinconia, che non lo fanno affatto sfigurare nel paragone. Ambientato nel 1983, a pochi anni dalla legge Basaglia che aprì le porte degli ospedali psichiatrici, il film ha per protagonista Nello (Bisio), un sindacalista che è visto con sospetto nel suo ambiente per aver scritto un libro che invita a misurarsi con le sfide del mercato. Inviato per punizione a dirigere una cooperativa di disabili psichici, si accorge che quelle persone che incollano francobolli tutto il giorno sotto l’effetto di pesanti sedativi sono socie della cooperativa solo per modo di dire. Scontrandosi col medico che la presiede, inizia a trattare i malati come veri lavoratori, e valorizzando le doti di pazienza, precisione e sensibilità artistica di alcuni di essi si “lancia” sul mercato della posa dei parquet. I primi successi portano a una vera e propria rivoluzione nel gruppo dei disabili, che assaporano una vita “normale”, fatta di indipendenza, guadagni, scelte prese insieme e anche (grazie all’intervento di un altro medico, interpretato da Beppe Battiston), un calo dalla dipendenza dei farmaci. Ma con gli entusiasmi arrivano anche i problemi, che Nello non è preparato ad affrontare, preso com’è dall’entusiasmo e dall’energia che riversa sulla cooperativa, anche a scapito del rapporto con la ragazza con cui vive. Con l’autonomia tanto auspicata si presentano quindi circostanze che interrogano lo sviluppo della cooperativa: quando Nello viene messo in minoranza proprio dai suoi malati sull’accettare un appalto prestigioso ma impegnativo, sembra andare in crisi (anche se l’amico medico gli ricorda che avere portato quelle persone all’autonomia di scelta andrebbe visto come un successo). E lasciare i più deboli da soli nell’affronto di situazioni complesse come quelle sentimentali produrrà effetti devastanti su tutti, anche se permetterà di capire e affrontare meglio la realtà delle cose. ,Il film può contare su una pregevole sceneggiatura di Fabio Bonifacci (che, tra gli altri, ha scritto anche “Amore, bugie e calcetto” e “Notturno bus”), ricca di dialoghi brillanti che esaltano il ruolo di tutti gli attori, sia i più noti (Bisio, Battiston, la Caprioli), ma specialmente il gruppo dei malati, con alcune caratterizzazioni che davvero stupiscono, tanto sono azzeccate. Dedicato a tutte le 2500 cooperative italiane che si dedicano alla cura e al recupero dei disabili psichici e prendendo spunto dalla vera storia di una cooperativa di Pordenone, “Si può fare”, pur con alcune scelte discutibili, è un film interessante, il cui merito principale è portare all’attenzione anche di chi non lo conosce il problema del disagio psichico in maniera coinvolgente e immediatamente comprensibile a tutti.,Beppe Musicco