Tra le mille varianti nel sottogenere della commedia sentimentale adolescenziale, o del romanzo di “formazione sessuale” (che è già una sottospecie del romanzo di formazione tout court), ovvero della disperata ricerca della perdita della verginità, quella del giovane Duccio Chiarini è davvero sorprendente. E tra tutte le possibili opzioni, lo confessiamo, lo spunto della fimosi non ci sarebbe mai venuto in mente: trattasi di un piccolo ma fastidioso problema fisico esclusivamente maschile, che colpisce lì, proprio lì, alcuni maschietti. In termini medico-chirurgici, ci perdonerete il linguaggio tecnico ma non sapremmo come definirlo meglio, «è un restringimento dell’orifizio prepuziale causato da un eccesso di pelle, che impedisce di scoprire il glande»… I circoncisi non ne soffrono, ovviamente; per gli altri, in questi casi, con una piccola operazione passa tutto. Ma il 17enne Edo, che soffre di fimosi congenita, non ne vuole sentir parlare, anche quando il medico gliene spiega i vantaggi. E così quella “pelle corta”, la “short skin” del titolo, che gli procura un gran male in caso di approcci con il gentil sesso o, più spesso, nei tentativi di “fai da te”, non solo è dolorosa, ma causa di una crescente fobia e disagio verso il sesso e le ragazze. Proprio mentre il rozzo amico Arturo si industria, con maggiori speranze, di “trombare” per la prima volta… E proprio quando torna a Pisa, dove Edo abita con la famiglia, l’amica di infanzia Bianca, che ha appena lasciato il fidanzato e di cui Edo è innamorato da sempre.
Dopo una serie di cortometraggi e documentari premiati (Hit the Road, nonna, molto apprezzato anche all’estero, sulla nonna anticonformista e imprenditrice di successo nel campo della moda), Duccio Chiarini debutta nel lungometraggio di finzione con un’opera prodotta grazie alla Biennale di Venezia in cerca di nuovi talenti internazionali. Chiarini ha studiato cinema e mosso i suoi primi passi all’estero (è stato anche assistente alla regia di Spike Lee per Miracolo a Sant’Anna), e si vede: non ha le debolezze tecniche e narrative di tanti suoi giovani colleghi, e già all’opera prima ha un piglio di direzione degli attori inconsueto, oltre a una freschezza e brio che invece non sono ovviamente rari, per fortuna, alle prime armi. Peccato che questo talento sia impiegato per raccontare la solita storia di adolescenti in fregola: certo, Edo è più sensibile della media (ma anche su questo fronte, di opere prime su imbranati gentili e timidi di fronte al sesso il cinema italiano ne sforna almeno una decina all’anno), e l’amicizia/amore con Bianca è raccontata a tratti con toni delicati. Ma troppe cose sembrano già viste anche quando magari non lo sono nemmeno (la rottura dei genitori, la sorellina ossessionata dall’attività sessuale del cane, tanto per rimanere nei paraggi), alcune gag fanno accapponare la pelle (non riusciamo nemmeno a descrivervi come viene usato un povero polipo…), e soprattutto non si sa rimanere delusi di più per un gruppetto di ragazzi che sembrano pensare esclusivamente, costantemente al sesso (seppur con una differente gradazione di finezza o volgarità) o per lo sguardo degli adulti banalmente accondiscendenti, o peggio. Come il medico che prende a cuore il caso del protagonista, che non trova di meglio da dire dopo la sospirata e troppo rimandata operazione se non: per stare bene, con la testa, «ora usalo più che puoi». E allora si può aspettare al varco Chiarini, che con il suo talento potrebbe fare film più interessanti. Ma anche deprecare l’ennesima occasione perduta di raccontare l’adolescenza e la giovinezza all’altezza della sua profondità. Forse traviato dalla cadenza toscana, qualcuno ha paragonato Short Skin a Ovosodo di Virzì (tra i pochi bei film italiani sui giovani negli ultimi vent’anni): affermazione tanto risibile quanto sconfortante.

Antonio Autieri