Si potrebbe discutere a lungo sulle licenze che Guy Ritchie (già regista dello scorso Sherlock Holmes) si sia preso rispetto all’originale, portando il protagonista ad assomigliare più a James Bond (peraltro, anche lui perfettamente British) che al compassato investigatore che eravamo abituati a immaginare mentre impugnava al massimo una lente d’ingrandimento. Merito del fatto che Sherlock Holmes – Gioco di ombre non non è l'adattamento di uno dei racconti di Sir Arthur Conan Doyle (anche se ne mutua personaggi e alcune idee), ma la trasposizione di una “graphic novel” dei giorni nostri. D’altronde non siamo più nel 1887 e anche i tempi della Regina Vittoria hanno dovuto rapidamente adeguarsi: Watson si sposa, ma il suo matrimonio è funestato da una serie di attentati che mirano a destabilizzare l’Europa portando la Francia e la Germania sull’orlo di un conflitto. Dietro tutto questo non può che esserci il perfido professor Moriarty, che si confronterà corpo a corpo con Holmes proprio come in uno dei più famosi racconti della saga dell’investigatore, “Il problema finale”. Moriarty può contare su una vera e propria industria bellica, con la quale vuole gettare l’intero continente nello scompiglio, per poi impadronirsi del potere con la potenza delle armi. Holmes, che agli inizi sembra essere eccessivamente ossessionato da Moriarty (come lamenta Watson), ha invece intuito tutto, mettendo insieme piccoli tasselli, anche con l’aiuto della zingara Sim (Noomi Rapace). Ma il nobile tentativo di Holmes sembra infrangersi contro la mortale astuzia di Moriarty, che continua a seminare esplosioni e morte lungo il proprio cammino, fino a mettere in pericolo lo stesso matrimonio di Watson. Ancora una volta il film si regge sul perfetto funzionamento della coppia Downey Jr. – Law: l’Holmes di Robert Downey Jr., sempre in bilico tra il dandy e lo scarmigliato, vanitoso e brillante, è ben lontano dal personaggio letterario, riflessivo e facile preda della malinconia, ma ripropone, come nel primo film di Ritchie, furiosi corpo a corpo previsti fin nei minimi particolari, inseguimenti rocamboleschi, spari e follie varie. Così del famoso metodo deduttivo di Sherlock Holmes rimane ben poco, sostituito da robuste dosi d’azione. Si salvano gli elementi di contorno: Watson (che in quanto a cazzotti non scherza neanche lui), l’apparizione del fratello di Sherlock, Mycroft (Stephen Fry, esilarante proprio perché in realtà interpreta se stesso), Noomi Rapace (qui decisamente più misurata che nella trilogia di Stig Larsson) e, ovviamente Moriarty, un Jared Harris maligno fin dalla prima inquadratura. La realizzazione è, come nel primo film, sontuosa e dettagliata, e carica di orpelli come un salotto vittoriano. I fan dei super eroi si godranno questa nuova veste di Tony Stark (l’alter-ego di Downey Jr. in Iron Man), gli amanti dell’azione non avranno di che annoiarsi; i lettori di Sherlock Holmes probabilmente rimarranno perplessi, ma è lecito pensare che non la prendano troppo sul serio. E tutti aspetteranno di vedere cosa succederà nel prossimo film.,Beppe Musicco