Domanda non retorica: ha senso scrivere ancora di film come Sharm El Sheikh? Noi crediamo di sì: di più, ne siamo convinti. E per due ragioni semplici. Che dietro ogni lembo di realtà, anche quella che si presenta nel peggiore dei modi – come in questo caso – ci può essere del buono, o qualcosa di imprevisto. E perché, come scrive la nostra amatissima Flannery O'Connor, ogni scrittore, solo per il fatto di mettersi a scrivere, è un segno di speranza. E così parliamo di Sharm, che segno di speranza non è, ma non è nemmeno da trattare con la spocchia indifferente del cinefilo medio. È un film pessimo nel quale come in una gara di slalom, lo spettatore deve districarsi tra tutta una serie di marchi e loghi di prodotti di consumo, che risultano opprimenti e irritanti. Come in una delle prime scene del film quando alla povera Cecilia Dazzi viene messo in bocca il riferimento palese a un prodotto di un gestore telefonico, prodotto, va da sé, nelle sequenze successivo ripreso da ogni angolazione e persino con un movimento di macchina. Poverissimo e sciatto nella confezione – almeno i tanto famigerati cinepanettoni targati De Laurentiis da questo punto di vista sono inattaccabili, girati e fotografati da gente che sa il fatto proprio – il film di Giordani non riesce nemmeno a far sorridere. Un po' per una storia ridotta ai minimi termini, e a dirla tutta anche un po' offensiva – due colleghi perdono il posto di lavoro e si recano in Egitto per convincere il loro nuovo capo – e un po' per la performance fiacchissima degli interpreti: Panariello conferma, dopo i disastri di Bagnomaria e Al momento giusto, di non essere proprio un animale da grande schermo; Brignano, pur mostrando un certo impegno e anche una certa volontà di staccarsi dalla maschera televisiva, tenta tristemente la strada di un Fantozzi attualizzato, replicandone senza troppe convinzioni alcune gag (come quella del “portafortuna del potente”). Accanto ai due tra cui non scorre gran feeling – e anche da questo punto di vista la “chimica” di De Sica-Boldi o De Sica-Ghini è di tutt'altro spessore – una serie di comprimari, sulla carta di buon livello ma qui decisamente sotto tono: la Dazzi di cui sopra, e Maurizio Casagrande alle prese con il fantasma irraggiungibile di Peppino De Filippo. Degli altri elementi del cinepanettone tipico, la bellona di turno (Laura Torrisi), scenari esotici, riferimenti al pubblico giovane (la squallida storia d'amore tra i due ragazzi), volgarità diffuse, meglio passare oltre. Anche, perché, obiettivamente, tra gag risapute e battute riciclate, non si ride davvero mai.,Simone Fortunato,