Film di genere, italiano. Finalmente, si potrebbe dire. Perché almeno in Italia manca da tanto tempo, troppo forse, un cinema medio, buon artigianato in grado di riprendere le caratteristiche e le qualità del nostro glorioso cinema pop degli anni ’70. Le cause di tale assenza sono diverse e non è questa la sede per rifletterci: ma è un fatto che il poliziottesco, il thriller, l’horror made in Italy mancano sul grande schermo da qualche decennio. Ed è una mancanza che si fa sentire dal punto di vista tecnico anche in territori meno di nicchia, nel cinema, per così dire, più ‘di cassetta’. Zampaglione, forse anche perché non proviene strettamente dall’ambiente cinematografico (la sua popolarità proviene dai successi in campo musicale), prova a battere questa strada senza troppa nostalgia cinefila, tentazione di solito grandissima quando si affronta un cinema caduto in disuso, e facendo di necessità virtù; e cioè accettando la sfida di girare un giallo-horror d’atmosfere con due soldi. E non è un modo di dire: il film ha alle spalle un budget risibile e in molte sequenze si avverte questa paurosa mancanza. Non c’è scena cruenta, ad esempio, che venga mostrata interamente o non c’è ambientazione in cui non compaia una provvidenziale nebbia ad avvolgere nel bianco una povertà di mezzi che comunque rimane evidente. Il leader dei Tiromancino cita senza strafare e senza troppi complessi d’inferiorità tanto cinema di genere a lui caro: dall’incipit alla Shining alle musiche che rifanno il verso ai Goblin di Profondo Rosso, a parecchie suggestioni prese di peso dall’horror recente (la serie di Saw su tutti), fino ad arrivare ad un vero e proprio cult anni ’70, Un tranquillo week end di paura che viene preso a modello nella prima parte girata nei boschi di Tarvisio. Inoltre, il regista di Nerobifamiliare usa al meglio le poche facce a disposizione: qualche buon caratterista in un cast tutto internazionale tra cui inquieta l’attore svizzero Nuot Arquint, personaggio muto, la cui fisicità, davvero impressionante, costituisce il vero perno del film. Visivamente non curatissimo, il film gioca bene sulle atmosfere e possiede ritmo, non spreca nemmeno i pochi colpi di scena, ma d’altro canto sconta una sceneggiatura un po’ approssimativa e schematica specie nel finale frettoloso, poverissimo di mezzi e troppo risaputo per convincere appieno. Ma è già qualcosa: Shadow è un film tutt’altro che anonimo girato da un discreto mestierante che col tempo probabilmente migliorerà; è un piccolo esperimento con un’idea altrettanto piccola ma che tiene conto di una tradizione grande e feconda.,Simone Fortunato