Antonius Block, ormai svuotato di ogni fede, torna dalle Crociate e trova la sua patria distrutta dalla peste. Sulla sua strada, durante il cammino, gli si mette davanti la morte che reclama la sua anima. Antonius le chiede più tempo e questa gli concede di poter giocarsi a scacchi la propria vita. Intanto ci vengono mostrate le vicende di una famiglia di attori girovaghi: l’incontro di Block con questa famiglia gli dona nuovamente speranza e fede.

Nel 1954 Ingmar Bergman scrisse un atto unico per i suoi studenti di teatro, Pittura su legno, ispirato ad un affresco del 1300 presente in una chiesina della campagna svedese. Qualche anno, dopo ascoltando i Carmina Burana di Carl Orff, Bergman reduce dal successo internazionale di Sorrisi in una notte d’estate decise di trasformare questo atto unico in un film; e il suo produttore, incoraggiato dal precedente successo, gli concesse di realizzare quest’opera a patto che lavorasse a troupe ridotta con un budget bassissimo e al massimo un mese di riprese. Quello che ne è uscito è storia del cinema.

In questo medioevo visionario e fantastico, eppure incredibilmente viscerale e realistico, Bergman fa coinfluire suggestioni risalenti all’infanzia (cosa non inconsueta nel metodo di lavoro del regista) a quando da bambino seguiva il padre pastore che andava a celebrare messa in varie chiese in giro per la Svezia. Bergman racconta che durante queste celebrazioni si perdeva nel guardare gli affreschi sulle pareti, dipinti raffiguranti il mondo intero, i poveri, i ricchi, il bene, il male, angeli, demoni, la vita e la morte. È quel modo di quei dipinti che viene trasportato su celluloide, quel modo di allogorie che porta il segno del mistero del divino e da cui deriva il titolo: Il settimo sigillo si riferisce ai sigilli dell’Apocalisse di Giovanni, papiri arrrotolati nelle mani di Dio e che ne conservano i segreti, il settimo sigillo, tra questi, può essere aperto solo da Cristo.

L’aspetto più significativo dell’opera è quindi, come in tutto il cinema dell’autore svedese, una domanda forte sulla presenza del divino, se questa presenza dia effettivamente un senso alla vita e alla sofferenza dell’uomo. Il punto di partenza è la mitologia e la tradizione figurativa della Chiesa (chiave del film è il personaggio del pittore di affreschi) e il punto di arrivo è una domanda, che non trova risposta ma di cui si intuisce una speranza serena. Sono i personaggi della famiglia di teatranti, che incontrano il cavaliere, a essere portatori di una speranza;  è il teatro – fondamentale nella filmografia del regista – che per Bergman è stato mezzo per staccasi dalla famiglia opprimente e mezzo di conoscenza e racconto della realtà. Il teatro girovago nel Medioevo, arte popolare nelle per un pubblico di contadini e analfabeti: questa famiglia (unita e felice) porta nelle vite misere di questi villaggi poche ore di spettacolo e di fantasia; è l’arte del racconto del teatro ed evidentemente poi anche del cinema, che è strumento di racconto e conoscenza della realtà, e perché no, anche strumento di misericordia.

Sono solo suggestioni sparse, per suggerire di rimettersi totalmente alla visione del film: Il settimo sigillo, e in generale l’arte di Bergman e certi capolavori del passato, rappresentano veramente il miglior cinema possibile. Grazie alla cineteca di Bologna, che ha restaurato e ora distribuisce nuovamente nei cinema questo capolavoro, si ha la preziosa e rara occasione di poterlo vedere e rivedere sul grande schermo.

Riccardo Copreni