Paolo Marra ha ucciso sua moglie senza un perché. Divorato dal senso di colpa, decide di costituirsi: vuole pagare e ridare dignità alla donna che ha ucciso e a sé stesso. Tra poliziotti distratti, avvocati zelanti, cartomanti e complicati cavilli burocratici, nessuno lo prende sul serio. L’uomo si scopre vittima di un paradosso: per quanto lo desideri, non riesce a farsi arrestare.
Presentato all’83ª Mostra del Cinema di Venezia nella categoria Spotlight, il film di Roberto De Paolis Maino è un’opera che prova, attraverso una narrazione kafkiana, a raccontare il paradosso di un uomo che si costituisce per aver commesso l’omicidio della moglie e chiede alla giustizia italiana una cosa sola: essere preso sul serio.
Il dramma di Paolo affonda le sue radici su un piano esistenziale: ha ucciso la moglie senza alcun motivo, senza atti scenografici o scatti d’ira ingiustificata; lo ha fatto in silenzio, forse convinto di poter così trovare un senso alla sua esistenza, ma dopo aver compiuto l’atto si rende conto di aver sbagliato tutto. Il vuoto che lo attraversa diventa ancora più profondo e privo di una via d’uscita, se non quella di recuperare dignità per sé stesso e per sua moglie pagando per il reato commesso.
Quello che parte come viaggio di un uomo alla ricerca di una redenzione si trasforma velocemente in un racconto grottesco, nel quale il messaggio che si vuol far passare non è solo quello della sistematica sottovalutazione del pentito da parte della legge – in un illuminante passaggio si dice che il suo atto eroico è poco interessante perché, confessando, l’uomo ha impedito alla polizia di mostrare al cittadino comune la sua forza bruta – ma anche la bieca incompetenza dei pubblici uffici e la loro incapacità di gestire situazioni paradossalmente non violente, dunque al di fuori dell’ordinario. Ancora oltre, e in maniera più sottile, viene rappresentata una dinamica di sostanziale accettazione della violenza, soprattutto se destinatarie di tale violenza sono le donne: il poliziotto che riceve Mario (un grande Alessandro Borghi) lo dice tra le righe, il suo avvocato (Pietro Castellitto) lo ribadisce con giri di parole tendenziosi, persino la cartomante incontrata per caso in una sala d’attesa (Valeria Golino) lo invita ad uscire dal commissariato e uccidere un qualsiasi uomo che in passato gli ha fatto un torto, possibilmente in una maniera sufficientemente eclatante da finire sui giornali.
A dominare per tutto il film è un tono sarcastico e drammaticissimo grazie al quale si ride, ma sempre amaramente, complice anche la caustica scrittura dei fratelli D’Innocenzo, ormai maestri insuperabili della rappresentazione del decadimento e della miseria umana sullo schermo. Il Mario pacatamente interpretato da Leonardo Lidi rimane dunque uomo incompreso fino alla fine, reietto di una sistema sul quale solo apparentemente si può contare, ma che invece non contempla nulla che sia al di fuori dei suoi piccoli e meschini schemi pre-digeriti. Mario come Gregor Samsa, dunque, destinato a proseguire i suoi giorni dannati capovolto nella sua immobilità.
Letizia Cilea
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