Piccolo film che mescola introspezione e tensione da thriller, Senza lasciare traccia usa abilmente luoghi, atmosfere e suoni per costruire una vicenda dal plot volutamente minimale e dai contorni confusi ma piena di tensione. Fin dalle prime suggestive immagini la fornace, luogo poi di una violenta resa dei conti, incombe con il suo calore soffocante e con il ruggito del fuoco che sembra una bestia viva e a malapena addomesticata dall’uomo. Una visione quasi di inferno accanto a cui due bambini giocano apparentemente ignari.

È chiaro fin da subito che è nel passato che si nasconde il cuore della sofferenza del protagonista Bruno (un Michele Riondino sfuggente e intenso, e pian piano sempre più ossessivo), ancor più che in un male fisico che gli ha lasciato cicatrici sul corpo e che forse non è ancora debellato. La persistenza del male, delle sue tracce fisiche, nei corpi e nei luoghi, e ancor più psicologiche ammanta anche i momenti di serenità di Bruno e della sua compagna di un senso di inquietudine che contrasta con la normalità dei gesti quotidiani. La progressiva focalizzazione di Bruno su una possibile vendetta che dovrebbe liberarlo da un malessere interno e interiore contrasta con l’iniziale tentativo della compagna (Valentina Cervi) di riportare il ménage famigliare e il mondo stesso alla normalità.

Pian piano che si procede la fotografia (volutamente sgranata) e l’uso sapiente di suoni e rumori (che spesso sostituiscono un discreto accompagnamento musicale) spingono Bruno verso il suo obiettivo, riportandolo alla fornace, ora abbandonata e sull’orlo del sequestro. Ma il fuoco della tragedia, metaforicamente e non, è ben lungi dall’essersi esaurito e solo percorrere il suo piano di vendetta fino in fondo permetterà forse a Bruno di ritrovare la pace. Gli indizi di quanto realmente accaduto nel passato, di quanto sia filtrato irrimediabilmente da ricordi confusi e fantasie, è suggerito in modo enigmatico, tanto che allo spettatore resta il dubbio di quanto possa essere realmente accaduto; solo la convinzione con cui i tre protagonisti della tragedia recitano la loro parte, dalle tensioni represse degli sguardi, all’esplodere di una violenza disturbante, permette allo spettatore di coinvolgersi in una vicende di cui gli sfuggiranno fino alla fine i tratti precisi. L’unica certezza è che a dispetto del titolo, il male – di qualunque natura – lascia tracce pesanti e dolorose.

Una vicenda dura, che poco accorda al pubblico in termini di risoluzione convenzionale e che talora sembra volutamente non concedergli le informazioni necessarie alla piena comprensione, sfidandolo a cogliere nel male e nella violenza senza senso gli spunti di un possibile riscatto. Catarsi e forse rinascita sono possibili, nel film dell’esordiente Gianclaudio Cappai, solo a prezzo di una distruzione, come sembra suggerire il tema del quadro al cui restauro si dedica la compagna di Bruno: il mito di Deucalione e Pirra (l’equivalente greco della vicenda di Noè), sopravvissuti al diluvio, che dalle pietre fredde ricreano una nuova umanità.

Laura Cotta Ramosino