Ultimo collegamento coi nostri inviati alla 79ª Mostra del Cinema di Venezia, con le ultime recensioni di Letizia Cilea.

Film più atteso del concorso di questa edizione della Mostra, Blonde racconta da un punto di vista inedito la vicenda dell’icona della Hollywood anni ’50 Marilyn Monroe. La trama del film si basa sull’omonimo libro di Joyce Carol Oates, opera che segue le vicende della Monroe a partire da quando era solo una bambina di nome Norma Jean persa nella Los Angeles degli anni ’30, con una madre mentalmente instabile e un padre mai conosciuto. Intorno alla mancanza della figura paterna s’impernia peraltro l’intera struttura narrativa del film diretto e scritto da Andrew Dominik: l’assenza della figura genitoriale maschile durante l’infanzia sembra infatti porsi come causa scatenante delle difficoltà relazionali dell’attrice adulta, donna dotata di tutto il carisma necessario per diventare una star, ma incapace di instaurare rapporti sani con sé stessa e con gli altri. Dagli esordi all’affermazione della diva, dall’apice del successo alla caduta, la parabola della donna-Marilyn non riesce neanche per un singolo frame a scrollarsi di dosso i persistenti riferimenti a una onnipresente mascolinità tossica inevitabile, capace addirittura di trasformare la Monroe in un pezzo di carne impossibilitato a giudicare o reagire, in una sorta di perenne stato di sottomissione alla volontà altrui. Questo continuo sballottarsi da un evento drammatico all’altro si traduce peraltro in un caos narrativo che rallenta e complica inutilmente lo scorrere della trama, che (troppo) spesso sovrappone a scene onirico-incubi che che poco aggiungono alla costruzione del personaggio. Se il lavoro di scrittura e messa in scena non rende in alcun modo un buon servizio alla figura storica di Marilyn Monroe, l’attrice protagonista Ana De Armas dimostra di aver studiato con grande cura il personaggio e da di sé una prova attoriale impeccabile, anche se probabilmente una migliore direzione e un maggior equilibrio del racconto avrebbero trasformato la sua interpretazione in una pietra miliare della storia del cinema. A voler aggiungere altro materiale alla catastrofe, spostandoci sul piano tecnico si potrebbero citare gli inspiegabili cambi di frame rate (4:3, poi 16:9, poi 9:16, poi proporzioni intermedie, e così via), un continuo, fastidiosissimo e insensato alternarsi di scene in bianco e nero e scene a colori, e una generale frenesia registica che di certo, nel già ciclopico caos dell’intera operazione, non aiuta a migliorare il confort della visione…

Dopo Nico, 1988 e Miss Marx la regista umbra Susanna Nicchiarelli conclude il suo trittico di film dedicato alle figure femminili con Chiara, racconto dell’incontro tra Santa Chiara e San Francesco e della fondazione dell’ordine delle clarisse. Ci troviamo ai primi anni del 1200, Chiara è una diciottenne di buona famiglia che decide di abbandonare agiatezze e denaro per seguire la sua vocazione religiosa; si avvicina ai frati francescani e trova riparo nel monastero dove San Francesco e i suoi compagni vivono e condividono i momenti di preghiera. Ben presto la figura di Chiara si distingue per gli incredibili miracoli che si verificano in sua presenza, allora la ragazza inizia ad accogliere donne dalla più diversa provenienza, attirate dal suo carisma e decise a dedicare a Dio la loro vita. Interpretato da Margherita Mazzucco e Andrea Carpenzano, rispettivamente nei panni di Chiara e Francesco, il film della Nicchiarelli (in concorso) è un ritratto scarno e poco efficace della figura della Santa, già di per sé poco raccontata al cinema e qui sfruttata per far passare un messaggio di solidarietà femminile – e femminista – evidentemente forzato e inadeguato tanto al contesto storico, quanto alla figura di per sé. La prima parte del racconto è quella meglio riuscita: il lavoro fatto dagli attori sul volgare umbro è buono (anche se l’assenza di sottotitoli in italiano inficia non poco sulla comprensione dei dialoghi), semplici e accurati i costumi e le ambientazioni, interessante la narrazione della vocazione della futura santa e del primo contatto coi francescani. Esauritasi però la premessa, gli scopi del film iniziano a diventare vaghi, la trama rallenta, si sfilaccia, ed entra in gioco una vera e propria competizione tra Francesco e Chiara: il primo impegnato nella scrittura delle regole per il suo ordine, la seconda in lotta per farsi riconoscere la legittimità del proprio ordine mendicante, rifiutato dalla chiesa perché guidato da donne, normalmente destinate ai soli ordini monacali di clausura. Nel film tale veto si trasforma in un assist all’affermazione di visioni socio-politiche femministe moderne e per questo ingiustificabili all’interno di un’ambientazione alto-medievale come quella della storia di Santa Chiara. Un finale affrettato, una certa ripetitività nel mostrare alcune dinamiche (il cibo, le letture, la preghiera, il canto) e una generale superficialità nel raccontare le ragioni e la consistenza tanto della fede, quanto della personalità della protagonista rendono il film un pallido ritratto di un mondo ben diverso da quello messo in scena sullo schermo per l’occasione.

Un padre di famiglia con dei figli e una moglie che lo ha abbandonato senza preavviso, decide di partecipare a una festa su invito di una collega. Batte la testa e si procura un trauma cranico che gli fa perdere qualsiasi filtro, trasformandolo in un uomo scontroso, fin troppo onesto e infelice. Il dramma diventerà l’occasione per cambiare gli equilibri famigliari. Diretto da Roschdy Zem e presentato in concorso, Les Miens (I miei, in italiano) è un racconto di grande semplicità ed efficacia sulla fragilità e il valore delle relazioni famigliari. Interpretato da un cast corale composto da Sami Bouajila (Moussa, il protagonista), Roschdy Zem (il fratello), Meriem Serbah (la sorella) e molti altri attori nei panni della grande famiglia di Moussa, il film del regista francese vince grazie a dialoghi brillanti, un’ironia irresistibile e temi complessi quali la paternità, la coppia, il valore della vita e il rispetto dell’intimità altrui nelle dinamiche famigliari. Molto meno intellettuale negli intenti della maggior parte dei film in concorso, ma molto più onesto nella sua immediatezza, Les Miens riesce a intrattenere senza affaticare lo spettatore, che uscirà dalla sala non sconvolto da un’idea particolarmente originale, ma sicuramente divertito dagli espedienti del racconto e arricchito da riflessioni interessanti sulle relazioni nel nostro tempo.