A poche ore ormai dalla conclusione della Mostra, ecco ancora alcune delle nostre segnalazioni.
Tra le interessanti pellicole presentate fuori concorso brilla Dreamin’ Wild, incentrata sulla figura dei musicisti Donnie e Joe Emerson: autori ancora adolescenti di un album autoprodotto negli Anni ’70 ma finito nel dimenticatoio – intitolato Dreamin’ Wild – i due vengono premiati 30 anni dopo da un successo tardivo, grazie a un cacciatore di perle discografiche che li porta a riprendere insieme gli strumenti per presentarsi, finalmente, sotto le luci della ribalta. Il regista Bill Pohlad, produttore di Into The Wild e The Tree of Life, torna a raccontare delle personalità del mondo musicale dopo il buon biopic Love & Mercy del 2014, lì incentrato sulla figura del tormentato leader dei Beach Boys Brian Wilson.
Partendo da uno dei piccoli ma curiosi casi della scena discografica, Pohland racconta con stile semplice e sobrio la storia di due fratelli che in età matura, dopo aver preso ormai strade differenti ed essere “sopravvissuti” ai sogni dell’adolescenza, si trovano a doversi riadattare l’uno all’altro perché la Storia, nella sua imprevedibile bizzarria, torna a premiarli con fama e successo soltanto in quanto coppia. Pur non scavando in maniera troppo approfondita nella psicologia dei personaggi, né giocando particolarmente sulla colonna sonora, il film può contare sulle discrete interpretazioni di Walton Goggins (The Hateful Eight) e di Casey Affleck nei panni dei fratelli Emerson, oltre che su quella di Zooey Deschanel nel ruolo della moglie batterista di Donnie. Menzione speciale per Beau Bridges nella piccola ma significativa parte del signor Emerson, agricoltore d’un pezzo che sostenne moralmente ed economicamente i figli fin dagli albori del loro sogno, costruendo per loro un piccolo studio di registrazione nel bel mezzo dei boschi di Fruitland, in Idaho.

In concorso per questa 79ª edizione della Mostra anche il film di un’autrice esordiente. Si tratta di Alice Diop, regista di documentari che con la sua opera prima Saint-Omer si approccia alla narrazione romanzata di una vicenda realmente accaduta. Ci troviamo a Saint-Omer, a un tiro di schioppo dal porto di Calais, dentro un tribunale che sta per processare Laurence Coly, una giovane immigrata di origine senegalese accusata di aver ucciso la figlia di quindici mesi, abbandonata all’arrivo dell’alta marea su una spiaggia nel nord della Francia e casualmente ritrovata a riva da un ristoratore locale. Ad assistere al processo c’è la madre dell’imputata, che osserva la figlia, la giuria e il giudice nella speranza che possano capire il significato del suo gesto disperato; al suo fianco si trova Rama, giovane scrittrice – anch’essa di origine senegalesi – impegnata a redigere un romanzo-reportage atto a offrire una sorta di rivisitazione della Medea in chiave contemporanea.

L’artista performativa Kayije Kagame interpreta Rama, un personaggio ermetico e costruito intorno a sguardi fissi e profondi, collocati quasi sempre nella platea del tribunale e impegnati a osservare una vicenda per lei sempre più drammatica e difficile da comprendere. Il viaggio esistenziale trasmesso dal racconto alla sbarra di Laurence conduce la donna a una profonda riflessione sul significato della maternità tanto sul piano personale quanto su quello professionale, anche se l’eccessiva asciuttezza dell’impianto dialogico esterno all’aula di tribunale non aiuta lo spettatore ad entrare in empatia con i personaggi protagonisti di questa drammatica realtà. La parte più consistente della vicenda si sviluppa peraltro all’interno dell’aula di tribunale, con un’impostazione registica piuttosto statica e con lunghissime scene di interrogatori all’imputata, della quale nulla viene mostrato o rivelato al di fuori di ciò che lei stessa ci comunica con le sue parole. Se la cripticità e la scarsità di immagini vogliono forse essere metafora del mistero della maternità, il risultato dell’operazione cinematografica non è dei più felici, soprattutto perché le due ore piene di durata complessiva portate avanti con un ritmo del genere rischiano di far perdere allo spettatore il fil rouge del racconto.

Dopo aver straziato cuori e menti del pubblico con la tragica rappresentazione di un uomo affetto da demenza senile in The Father, il regista francese Florian Zeller torna al cinema con la trasposizione cinematografica della sua seconda pièce teatrale, intitolata The Son. Presentato nella sezione dei film in concorso, The Son racconta la drammatica vicenda famigliare vissuta da Peter, noto avvocato newyorkese con una moglie e un figlio piccolo, la cui esistenza viene sconvolta quando alla sua porta si presentano l’ex-moglie Kate e il figlio Nicholas, ormai adolescente. Il giovane non va più a scuola da mesi, non riesce a socializzare con i suoi coetanei e sta sviluppando una pericolosa tendenza all’autolesionismo e all’isolamento. Il fantasma della depressione, dunque, si imbatte sull’intera famiglia, che farà di tutto per aiutare il ragazzo a riscoprire il valore della vita.

In The Father ci aveva stupito per la dinamicità delle scelte di regia e fotografia e per il coraggio dimostrato nel raccontare la quotidianità di un uomo dalla mente distrutta a partire proprio dalla sua visione interna e distorta del mondo; con The Son il regista francese torna sui più pacifici binari di una prospettiva esterna al protagonista, ma continua a far ruotare l’intera narrazione intorno ai temi della salute mentale, una questione più che mai contemporanea e che spesso colpisce in misura massiva i più giovani. Il merito (e la novità) del film di Zeller sta tuttavia non tanto nel tema in sé, ma nel modo in cui il suo racconto, sempre delicato, riesce a trattarlo: la mente del giovane Nicholas, infatti, mai è sottoposta a dissezione, alla ricerca magari delle ragioni biologiche o psicologiche che stanno alla base del disagio di cui lui soffre; il suo male di vivere viene invece contestualizzato all’interno di una dinamica famigliare che rende tutti i protagonisti parte attiva di quel disagio, ciascuno di loro responsabile in qualche misura, senza che nessuno però possa addossarsi la colpa di un dramma misterioso e impossibile da penetrare. In tal senso il cast fa un lavoro corale e le interpretazioni degli attori coinvolti sono ammirevoli: a partire da un Hugh Jackman dall’espressività facciale mai così profonda, passando per una Laura Dern nei panni di una madre affranta e impotente, per arrivare all’eccellente esordio di Zen McGrath, capace col suo sguardo di comunicare tutta la fatica del vivere. Per molte ragioni diverso e tecnicamente più semplice della sua precedente opera, The Son non arretra al confronto con la precedente opera del regista, presentandosi comunque come una degna – a tratti straziante – rappresentazione di vicende che sappiamo non essere così lontane dalla realtà.

Discorso molto complesso per Il signore delle formiche di Gianni Amelio. Il film (in concorso) prende spunto dalla vera vicenda del professor Aldo Braibanti, scienziato, filosofo, autore teatrale e iscritto al Partito Comunista, che nel 1968 fu sottoposto a un processo che fece molto scalpore. Braibanti aveva una relazione affettiva con un giovane studente (maggiorenne) che seguiva le sue lezioni teatrali, e i due convivevano. La famiglia del ragazzo, dato che in Italia l’omosessualità non è reato, denunciò il Braibanti per plagio, affermando che l’uomo avesse soggiogato la personalità del ragazzo, costringendolo a un rapporto contro la sua volontà. Braibanti venne arrestato e condannato a 6 anni di reclusione, poi ridotti a due per i suoi meriti di ex comandante partigiano. Amelio ha affidato a Luigi Lo Cascio il ruolo del protagonista e a Elio Germano quello di un immaginario cronista de L’Unità, l’organo del PCI, incaricato di seguire il processo. Nella storia si mescolano i pregiudizi della società del tempo, le tecniche psichiatriche come l’elettroshock per “curare” la degenerazione del giovane (Leonardo Maltese), ma anche i pregiudizi del partito (non dimentichiamo che Pier Paolo Pasolini fu espulso dal PCI per lo stesso motivo).

Amelio si è già confrontato con la cronaca  sociale italiana con Hammamet, sugli ultimi anni di vita di Bettino Craxi, un film nel quale Pierfrancesco Favino aveva operato una metamorfosi impressionante. Lo Cascio è altrettanto curato nel rappresentare Braibanti, ma è il tono del film a renderlo poco credibile. Recitato spesso con molta, troppa enfasi, spesso retorico nelle affermazioni degli interpreti (l’avvocato comunista calabrese che vorrebbe la condanna a morte per “gli invertiti”), o nella didascalicità delle spiegazioni; la figura del giornalista col cappello sempre in testa a fare il controcanto, un frame con la figura di Emma Bonino oggi (a rappresentare probabilmente l’impegno dei radicali contro il processo; ma perché non mostrare Marco Pannella che si era speso in prima persona, mentre ai tempi la Bonino in quella battaglia non c’era?). Amelio sostiene che il film abbia anche un risvolto autobiografico, ma secondo noi il film comunque non rende merito alla memoria di Braibanti quanto per esempio il documentario  realizzato per Sky nel 2021.

Il regista ucraino Sergei Loznitsa continua il suo percorso nell’indagare la Storia. Dopo aver presentato sempre al Lido nel 2018 The Trial sulle purghe staliniane (2018) e State Funeral sui funerali di Stalin (2019), quest’anno con The Kiev Trial (fuori concorso) si dedica a quella che gli storici hanno definito la “Norimberga di Kiev”. Un documentario sul processo che nel 1946 vide protagonisti ex membri dell’esercito tedesco e delle SS che si macchiarono di pesanti atrocità nell’Ucraina allora sovietica durante la Seconda Guerra Mondiale. Un processo comunque che serviva come propaganda al regime sovietico per accreditarsi ulteriormente rispetto alla popolazione. Vediamo alla sbarra gli imputati messi di fronte alle loro responsabilità raccontare di rastrellamenti e uccisioni di contadini, partigiani, ebrei ed essere accusati di uccisioni di donne e bambini. Un’altra versione della “banalità del male” che ha caratterizzato il secolo scorso. Vedendo le immagini si capisce come Loznitsa denunci i nazisti ma non risparmi critiche neanche al potere sovietico. Impressionanti e agghiaccianti ad esempio le scene finali dell’esecuzione pubblica per impiccagione davanti a una piazza gremita da decine di migliaia di persone, sullo sfondo di una Kiev devastata dai bombardamenti.  Un lavoro di documentazione accurato che porta lo spettatore a riflettere anche su quanto oggi stia accadendo in Ucraina; un messaggio dal passato che si riflette nel presente.