Chi si aggiudicherà il Leone d’Oro a Venezia? Abbiamo già espresso una nostra predilezione per il film Argentina, 1985, ma dobbiamo ammettere che la comparsa in sala di The Banshees of Inisherin (che in italiano diventerà I fantasmi dell’isola), scritto e diretto da Martin McDonagh, con Colin Farrell e Brendan Gleeson, è un concorrente altrettanto agguerrito.

Ambientato in un’immaginaria isola al largo della costa irlandese, mentre negli anni ’20 infuria nella giovane repubblica la guerra civile, il film ha come spunto la fine di un’amicizia, quella tra Colm (Gleeson) e Pàdraic  (Farrell), quando Colm dichiara che l’altro lo annoia e non vuole più aver niente a che fare con lui. La notizia sorprende tutti gli abitanti dell’isola, ma se Colm è irremovibile, Pàdraic non se ne da pace. Il film pone al centro della narrazione non solo il rapporto tra i due ormai ex amici, ma anche quello tra gli esseri umani e l’isola, sfruttando gli splendidi paesaggi naturali in cui la storia si svolge, ma anche per le tradizioni folkloristiche e musicali, a partire dalle Banshee del titolo: creature leggendarie della tradizione irlandese e scozzese, che non si mostrano agli esseri umani, se non a coloro che sono prossimi alla morte. (B.M.)

Seconda fatica dietro la macchina da presa per l’attrice Olivia Wilde (In Time, serie-tv come House e The O.C.), che dopo la teen comedy Booksmart confeziona il luminoso thriller Don’t worry darling, dove recita al fianco di Florence Pugh e dell’attesissima popstar Harry Styles. Anni ’50, un idilliaco sobborgo nato nel bel mezzo del deserto ad opera dell’imprenditore visionario Frank (Chris Pine): qui, ogni giorno, delle bellissime casalinghe attendono impazienti il ritorno dei mariti, impiegati in una base ingegneristica Top Secret; una di loro, però, inizia ad avere delle strane sensazioni… Il film è presentato fuori concorso ma brilla per una messa in scena curata, dalle scenografie in grande spolvero fino alle interpretazioni principali e ai costumi: Florence Pugh (MidsommarPiccole donne), Harry Styles – qui al suo secondo ruolo per il grande schermo dopo la parte riservatagli da Nolan in Dunkirk – e la stessa Wilde riescono efficacemente a trasmettere la sensazione di stare osservando una moderna casa di bambole, architettata con maniacale e alienante perfezione. Sul fronte narrativo, però, non appare niente di nuovo sotto il sole. Tra La moglie perfetta e The Truman Show, la sensazione è quella di trovarsi di fronte a un film già visto e che ritorna continuamente su sé stesso, rischiando di lasciare ben poche tracce al suo passaggio. (R.B.)

Una storia familiare dai risvolti altamente drammatici è invece quella del giapponese Love Life di Koji Fukada: Taeko (Fumino Kimura) e suo marito, Jiro (Kento Nagayama), vivono con il loro figlio, Keita. Un tragico incidente riporta il padre biologico di Keita nelle loro vite. Taeko decide istintivamente di aiutarlo, in quanto senzatetto e sordomuto, per reagire al dolore e al suo senso di colpa; ma questo non farà che acuire i problemi tra Taeko e Jiro. Girato con la tipica eleganza formale giapponese, il film offre un taglio originale a una vicenda di amore e dolore che coinvolge anche le famiglie dei protagonisti e il loro rapporto con le amicizie e il lavoro, conservando sempre però un grande respiro nel trattare argomenti delicati, anche con un pizzico di ironia. (L.C.)