In una Mostra che vede un numero impressionante di presenze (come da anni non se ne vedevano), riprende lo star system, grazie anche al numero di registi ed attori stranieri costantemente in arrivo. Queste le nostre ultime segnalazioni.

Terzo film italiano in concorso in questa edizione della Mostra, L’immensità di Emanuele Crialese racconta la vicenda di una famiglia appena trasferitasi nella Roma degli anni ’70 e appartenente alla medio-alta borghesia dell’epoca. Clara (Penélope Cruz) è una donna tormentata da un desiderio di libertà inarrestabile e animata dall’amore per i suoi tre figli; il marito Felice (Vincenzo Amato), invece, è un ricco imprenditore dal carattere tanto gelido quanto violento è il suo modo di relazionarsi con la sua famiglia. In mezzo a palazzi di nuova costruzione e costosissime vacanze in località glamour si dipana la vita di Adriana (la giovane Luana Giordani), la figlia più grande di Clara e Felice: la ragazza ha appena compiuto 12 anni, si veste e atteggia da ragazzo, si fa chiamare Andrea e rifiuta la sua identità. Tra lo scorrere di drammi famigliari e il crearsi di nuove amicizie, il suo obiettivo è convincere tutti di essere un maschio. Cronaca romanzata e fantastica di una vicenda in buona parte autobiografica, l’opera di Crialese si ispira apertamente all’infanzia del regista e alla ricerca della sua identità, avviatasi in fase pre-adolescenziale e conclusasi con un processo di transizione. Presenza costante dell’intero panorama narrativo ed emotivo la figura della madre, una Penelope Cruz impegnata a recitare in italiano e che non risulta de tutto convincente nei suoi sforzi di costruire il personaggio di una donna-madre pronta a qualsiasi sacrificio pur di stare accanto ai figli. Poco convincente risulta, in verità, l’intera struttura narrativa, con una prima parte ben ritmata e capace di introdurci bene nella psicologia dei personaggi, e una seconda metà che pare perdere il filo della matassa, finendo per gettare al vento ciò che di interessante era stato mostrato fino a quel momento. A fare da contorno a tutto ciò l’Italia degli anni ’70 e il suo culto della televisione, oggetto onnipresente che spesso intrattiene i personaggi, fa la cronaca della loro vita e si assume addirittura a oggetto di sfogo per adulti e bambini, strumento di fuga e di creazione di mondi alternativi. (L.C.)

Nel 2017 aveva scosso intere platee di addetti ai lavori con il grottesco horror simbolista Mother!, oggi torna in concorso alla 79ª Mostra del Cinema di Venezia con uno dei film più strazianti e intensi visti finora. Stiamo parlando del regista statunitense Darren Aronofsky e del suo The Whale, film tratto dall’omonima pièce teatrale di Sam Hunter e interpretato da un enorme – in tutti i sensi – Brendan Fraser. Il suo personaggio prende il nome di Charlie, docente di letteratura inglese a distanza affetto da grave obesità e incapace di riprendersi dalla morte del suo amante, avvenuta molti anni prima in circostanze misteriose. Quando l’uomo decide di riprendere i contatti con la figlia adolescente abbandonata anni prima, il già fragile equilibrio della sua psiche inizia a tentennare pericolosamente…

Girato interamente dentro un’unica stanza e costruito intorno alla mostruosa interpretazione dell’attore principale, The Whale è il film che segna la maturità emotiva del regista americano, sviluppandosi come un racconto mirato a scandagliare pieghe, imperfezioni e sofferenze dell’animo e del cuore dell’uomo. Se il genere individuato è quello del dramma psicologico, l’opera di Aronofsky si declina in mille sfaccettature con l’avanzare dei minuti, trasformandosi in un film-matrioska capace di trattare temi come la paternità, la morte, la solitudine, la malattia e – sopra tutti – l’amore incondizionato verso gli altri. Ci sbilanciamo: miglior film in concorso finora e potenziale Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Brendan Fraser. (L.C.)

Film più intimista, il francese Les enfants des autres, di Rebecca Zlotowski, in concorso: Rachel, un’insegnante di letteratura in un liceo parigino (Virginie Efira), si innamora di un uomo divorziato (Roschdy Zem) e padre di una bambina. Il ménage tra i due sembra funzionare, la bambina accetta la nuova fidanzata del padre e le si affeziona, la stessa madre (Chiara Mastroianni), non sembra opporsi. Rachel è dipinta come una docente coscienziosa, attenta a che anche gli alunni anche meno interessati abbiano delle possibilità per esprimersi e raggiungere dei risultati utili. Di religione ebraica, frequenta la sinagoga ed è affezionata al padre e alla sorella, ma sente che il tempo per lei passa, e vorrebbe un figlio dall’uomo che ama. Ma alla frustrazione di non riuscire a rimanere incinta, si sommano i primi screzi, su suo ruolo nei confronti della bambina. Al di fuori della protagonista però i personaggi sono abbastanza piatti, e la commedia sentimentale ne risulta impoverita, viaggiando su binari alquanto prevedibili. (B.M.)

Chiudiamo con una segnalazione dalla sezione Orizzonti: in gara il convincente Pour la France del regista franco algerino Rachid Hami. È la storia di due fratelli, Ismail e Aïssa e dei loro destini differenti. Se il primo vive di espedienti al limite della legalità, il secondo studia ed entra nella prestigiosa accademia militare di Saint-Cyr dove perde tragicamente la vita per un rito di iniziazione al limite del nonnismo. Hami parte da questo spunto autobiografico (il fratello del regista è morto nelle stesse circostanze e a lui è dedicato il film) per raccontare il dolore di tutta una famiglia e in particolare della madre e di Ismail. La morte del giovane offre lo spunto al fratello maggiore per ripercorrere le tappe del rapporto tra di loro (come vediamo nei lunghi flasback ambientati prima in Algeria e poi a Taipei dove Aïssa era andato per studiare), dei motivi di distacco e di scontro ma anche di grande unione e legame profondo dell’essere fratelli. Un film in cui il dolore non è mai urlato ma molto misurato, composto e trattenuto. Pour la France anche se parla di temi più volte trattati dal cinema non è un film scontato ed evita di trasformarsi in un legal movie per rimanere invece totalmente sul piano personale. Di spessore l’interpretazione di Ismail da parte di Karim Leklou. (S.R.)