A Venezia domenica 4 è il giorno della Regata Storica, e il sole splende sulla città e sul Lido, dove un nucleo di ragazzine e ragazzini (probabilmente le stesse e gli stessi che hanno atteso una notte e un giorno l’arrivo di Timothée Chalamet) aspetta pazientemente davanti al Palazzo del Cinema di incontrare i propri beniamini: oggi Elodie, domani Harry Styles.

Continuano anche le proiezioni, ed ecco le nostre impressioni.

Dopo aver preso parte alla competizione ufficiale nel 2021 con il bel Il collezionista di carte, Paul Schrader torna alla Mostra del Cinema di Venezia per ritirare il Leone d’oro alla carriera e per presentare – questa volta nella sezione Fuori concorso – il suo Master Gardener. Come spesso capita con le opere del regista americano, il fulcro del racconto ruota intorno a un personaggio maschile dalla vita apparentemente banale, ma che nasconde un passato da cui, inevitabilmente, dovrà redimersi. Qui il protagonista parrebbe essere un semplice maestro giardiniere, un uomo della terra devoto alle piante e messosi al servizio della tenuta di Gracewood Gardens e della sua proprietaria, un’aristocratica dai modi gelidi e bruschi; quando però la donna gli ordina di formare e far lavorare la sua ribelle pronipote come apprendista, l’ordine e la quiete che regnavano in quei luoghi vengono spazzati via da un caos incontrollato. La necessità di un equilibrio tra ordine e caos guida peraltro l’intera narrazione, e se da una parte la metafora del giardinaggio e della natura come speranza per un futuro di ricostruzione può rappresentare uno spunto nuovo, i consueti temi propri della poetica di Schrader (perdono e rinascita) continuano a ossessionare i suoi protagonisti, che appaiono qui stanchi e svuotati di quella forza emotiva che normalmente li caratterizza: il giardiniere sotto mentite spoglie interpretato da Joel Edgerton sembra infatti un personaggio incompleto, poco convincente il suo background narrativo e ancora meno la chimica con la sua co-protagonista, la ribelle Maya interpretata da Quintessa Swintell. Sempre impeccabile, invece, Sigourney Weaver, qui interprete della proprietaria della tenuta eppure sprecata nelle sue potenzialità attoriali a causa di un personaggio piatto e poco convincente. Il risultato è insomma un pastiche incompleto dei suoi precedenti lavori che mai ci saremmo aspettati da un regista del suo calibro. (L.C.)

In concorso per la seconda volta alla Mostra del Cinema di Venezia (nel 2017 aveva partecipato con Hannah), Andrea Pallaoro presenta Monica, la storia di una donna che ritorna a casa dopo una lunga assenza per recuperare un legame con la madre malata, che l’aveva allontanata da casa e lasciata a sé stessi anni prima. Dietro l’opera di questo regista italiano – ma attivo in America – c’è la vicenda autobiografica della malattia e morte della madre, un evento che ha portato l’autore a ragionare sulla questione dell’abbandono, della necessità di trovare un’identità, e dell’inevitabile trasformazione di corpo, mente e relazioni umane nel corso della vita. Il corpo e la psicologia di Monica diventano dunque occasione per mettere in scena queste riflessioni, con un’attenzione alla corporeità, per l’appunto, dei protagonisti – ottime Trace Lysette e Patricia Clarkson nei panni della protagonista e della madre – e forse con un certo eccesso di enfasi su alcune dinamiche narrative, che finiscono per risultare ridondanti e faticose per gli spettatori. Il dilungarsi dei (vari) finali poi non aiuta a portare a termine la visione, e anche se va onorata la volontà di mettere sul piatto alcune questioni esistenziali non di poco peso, l’opera nel suo complesso risulta mancante di una verve di fondo che le avrebbe attribuito di certo un ritmo ben diverso. (L.C.)

Opera riuscitissima invece Argentina, 1985 (nella foto il cast) di Santiago Mitre, al momento il film in concorso che a nostro parere meriterebbe di essere premiato. Storia vera, che riguarda il processo ai militari che, dopo un colpo di stato, governarono il paese fino alle elezioni del 1983 che nominarono democraticamente come presidente Raùl Alfonsin. Al processo, atteso da gran parte della società, soprattutto dai perseguitati e dai parenti dei tanti scomparsi, i desaparecidos, venne nominato a rappresentare l’accusa, il procuratore Julio Strassera, che fin dall’inizio ricevette minacce e dovette scontrarsi con i tanti che non volevano che questo tragico periodo della repubblica venisse riaperto. A interpretare questa figura è Ricardo Darìn, tra i massimi attori sudamericani (Cosa piove dal cielo?, Il presidente). Un film dal grande impegno civile ma assolutamente privo di retorica nella sua sobrietà, e che non manca di gustosi momenti di autoironia e di umorismo. Assolutamente da non perdere. (B.M.)