In attesa di conoscere i vincitori dei premi, che saranno assegnati stasera durante la serata finale, ecco le ultime recensioni dai nostri inviati alla Mostra del Cinema di Venezia.
No Paradise If You’re Killed By a Woman
Vyan, una cecchina curda, è sopravvissuta alla guerra reprimendo le proprie emozioni. Quando scopre che la sorella minore – creduta dispersa durante l’offensiva dell’ISIS del 2014 – potrebbe essere ancora viva a Mosul, fa ritorno in una città segnata dalla morte e dalla distruzione. La sua ricerca si trasforma sia in una missione di salvataggio che in un confronto con il trauma che ha cercato per anni di mettere a tacere.
Presentato nella sezione Spotlight e diretto da Halkawt Mustafa, già fotografo in zone di guerra, No Paradise If You’re Killed By a Woman nasce dalle testimonianze raccolte dal regista nel 2014 sul fronte, quando a seguito dell’avanzata dell’ISIS nel Kurdinstan migliaia di donne si sono unite ai Peshmerga, il gruppo di forze armate che lotta per l’autonomia della regione. Girato tra le reali macerie della città di Mosul per restituire la plasticità della distruzione portata dalla guerra, il film alterna due linee temporali: il presente di Vyan, cecchina arruolatasi tra i ranghi dei Peshmerga dopo essere sfuggita al suo aguzzino, si alterna al passato che racconta la vita della giovane donna e della sorella, inaspettatamente distrutte nell’agosto 2014, quando i militanti dell’ISIS invasero le case nella regione del Sinjar, uccidendo gli uomini e rapendo donne e bambine per ridurle in schiavitù sessuale.
Ben diretto da Mustafa e ben interpretato dall’attrice esordiente Avan Jamal, il racconto segue la donna nella sua personale Odissea alla ricerca della sorella, finita tra le grinfie di un cecchino dell’ISIS e prossima al parto; dentro e oltre la narrazione della tragedia privata, il film fa inoltre emergere il dramma di un popolo che vuole restare unito lottando per la libertà, e nel farlo prova disperatamente a rimanere aggrappato ai valori di fratellanza, compassione e desiderio di amore. Lo si vede nei personaggi secondari del racconto, che risultano in realtà fondamentali per la riuscita della missione, ma anche da dinamiche di dialogo silenziose, dove sguardi, cura dei corpi – caduti e non – e piccole attenzioni ai compagni creano una puntellatura visiva che accompagna lo spettatore verso un climax di tensione messo in scena con una maestria degna dei più grandi registi di guerra. Un grande film, che forse avrebbe meritato addirittura un posto nel concorso e che conquista anche per un finale pregno di un desiderio di pace e libertà universale.
Letizia Cilea
Jupiter
Da poco eletto, il presidente della Repubblica francese Paul Archambault viene convocato nel bunker antiatomico Jupiter situato sotto il palazzo dell’Eliseo per affrontare una crisi internazionale. Il presidente russo è scampato a un attentato, attribuisce la colpa agli ucraini e si dispone alla rappresaglia. La tensione sale e la guerra nucleare incombe: Paul Archambault e i suoi consiglieri politici e militari si trovano di fronte a una decisione impossibile.
Sorprendente film presentato nella sezione Venice Open in questa edizione della Mostra del Cinema, Jupiter presenta al pubblico uno scenario cui abbiamo spesso assistito al cinema, ma in genere dalla prospettiva americana: cosa succederebbe se i vertici di un governo si trovassero costretti a reagire a una minaccia nucleare?
A Venezia 82 era stata Kathryn Bigelow a domandarselo con il bellissimo A House of Dynamite, qui è il francese Alexandre Smia a raccontare la variabile francese di questa stessa dinamica, focalizzando però camera e scrittura sul dramma di un solo uomo. Se infatti la Bigelow costruiva il suo film analizzando le dinamiche di potere in senso collettivo, in Jupiter il dilemma nucleare si trasforma in un one-man show: dopo che il presidente russo ha minacciato una violenta rappresaglia contro gli ucraini, accusati di aver deliberatamente attentato alla sua vita, Archambault viene chiamato nel bunker Jupiter, un rifugio antiatomico situato sotto l’Eliseo; infinite discussioni con funzionari e vari leader – persino con una fittizia leader americana (democratica) – rappresentate con grande tensione e maestria di scrittura conducono inevitabilmente allo snodo cruciale della decisione finale. Ed è qui che l’interpretazione di Denis Menochet raggiunge il suo punto più alto, regalandoci il volto di un uomo dilaniato dal peso della responsabilità di una scelta che cambierà il corso della storia mondiale. Interessante l’esito verso il quale Smia ci accompagna, inquietante l’operazione cinematografica in sé, che forse per la prima volta contempla, al momento solo cinematograficamente, la possibilità di una guerra nucleare in casa nostra.
Letizia Cilea
Il massacro
Una delle belle sorprese delle Giornate degli Autori è Il massacro di Cosimo Messeri. Un’opera difficile da incasellare, sospesa tra documentario, autofiction e confessione personale, nella quale il regista è anche protagonista, autore delle musiche e coproduttore. Ma soprattutto un film personale, brillante e insieme malinconico, capace di mettere in scena una crisi senza sconti
Messeri, figlio del grande Marco (attore caro a Nanni Moretti, con cui Cosimo ha collaborato, e soprattutto a Carlo Mazzacurati), interpreta sé stesso: un regista fermo da anni, dopo solo due film e il fallimento di diversi progetti naufragati a un passo dalla realizzazione. La sua vita sembra essersi bloccata insieme al cinema e si trascina alla meno peggio, di pari passo a una relazione con una ragazza che lo ama e che lui evidentemente non ricambia. A un certo punto, su suggerimento di un amico, Cosimo decide di rintracciare e intervistare le donne conosciute negli anni attraverso un’app di incontri. L’idea potrebbe sembrare quella di un catalogo sentimentale o di un’autocelebrazione da dongiovanni. Invece si rivela un modo per interrogare il proprio passato e provare a capire chi sia diventato.
Le donne incontrate sono molto diverse tra loro e restituiscono un mosaico sorprendente di esperienze, ricordi, desideri, ironie e ferite. Alcune testimonianze sono più banali, altre leggere e divertenti, altre quasi horror per gli incontri narrati con uomini disgustosi, altre dolorose per il protagoniste, ma Messeri lascia loro spazio, senza imporre una lettura o cercare facili assoluzioni. Anche quando il protagonista si espone in modo poco lusinghiero, il film non indulge nell’autogiustificazione. Su tutti, fanno soffrire i video autoprodotti dall’attrice “quasi fidanzata” Ottavia Molinari, coraggiosa nel lasciar utilizzare veri video della loro relazione che ha una parabola davvero struggente.
Girato in un elegante bianco e nero, Il massacro attraversa una Roma concreta e insieme mentale, fatta di strade, ricordi, sale cinematografiche chiuse, incontri e luoghi della memoria. E se c’è molta cinefilia (oltre all’inevitabile Moretti di Caro diario, si potrebbero citare anche Fellini o Woody Allen), Messeri, però, in realtà fa un’opera non citazionista e molto personale, in cui si mette a nudo, più fragile di tutti i suoi antieroi dello schermo.
Se Il massacro racconta un insieme di fallimenti e occasioni perdute, il film in realtà compie la traiettoria opposta. Proprio mettendo in scena la propria paralisi, Messeri torna a fare cinema. Ma la conclusione non è consolatoria: resta un’opera delicata, autoironica e sincera, in cui il cinema non racconta solo una crisi ma anche il modo per attraversarla.
Antonio Autieri
Eu contez (I matter)
Ci sono film che ti commuovono per quello che vedi e per quello che senti. Film che non hanno bisogno di spiegarti perché ti stanno toccando, perché arrivano in un punto preciso, forse anche scomodo, e lì rimangono. I Matter di Alina Şerban, vincitore della sezione Spotlight, è uno di questi. È un film che, una volta terminata la visione, non si toglie dalla testa. Perché tocca un tema che ci riguarda molto più di quanto vorremmo ammettere: il pregiudizio nei confronti della comunità rom. Quella diffidenza che spesso ci portiamo dietro, quella paura che nasce dagli stereotipi veri o che costruiamo sulla storia personale e sul modo di vivere di persone rom.
Şerban sceglie però di non fare un film “sui rom”. Fa qualcosa di molto più difficile: racconta delle persone. Racconta Rebecca, una giovane ragazza che vive in una casa-famiglia e aspetta che suo padre esca dal carcere. Sta per diventare maggiorenne e sa che dovrà lasciare quel luogo se non riuscirà a essere ammessa all’università. Poi arriva un’opportunità inattesa: una scuola di recitazione, la possibilità di inseguire un sogno. Da quel momento Rebecca si trova a vivere tra due mondi. Da una parte quello che desidera, quello in cui può immaginarsi diversa, appartenere a un ambiente che sente lontano da lei. Dall’altra quello da cui proviene e che non può semplicemente cancellare. E così arriva anche la paura di essere giudicata, di non essere accettata, fino al punto di nascondere una parte della propria identità.
È qui che I Matter diventa universale. Perché Rebecca è una ragazza rom, ma prima ancora è una ragazza che cerca un posto nel mondo. Che vuole trovare la sua strada, che ha paura della strada, che vuole essere ascoltata. E quel desiderio di appartenenza appartiene a tutti.
C’è poi la famiglia, che è forse il cuore più doloroso e più bello del film. Una famiglia capace di ferire, di accusare, di sbagliare, ma anche di essere disposta a tutto per te. Il rapporto tra Rebecca e suo padre è fatto di amore e rabbia, di bisogno e risentimento. In particolare, c’è un dialogo che resta addosso. Il padre le dice: «È per colpa tua che sono in carcere, perché per farti mangiare ho rubato». E la sua risposta è ferma e decisa: «Non ti ho chiesto io di farmi venire al mondo». È uno scambio durissimo. Eppure dentro quelle parole c’è tutto: la povertà, la colpa, l’amore deformato dalle circostanze, il bisogno di un padre di sentirsi indispensabile e quello di una figlia di non sentirsi responsabile per la vita che le è stata data.
La forza del film sta nella sua sincerità. Alina Şerban non chiede allo spettatore di compatire Rebecca. Gli chiede di riconoscerla. Di guardarla senza filtri e senza la distanza che spesso costruiamo davanti a chi consideriamo diverso. In Europa vivono più di dodici milioni di rom, la più grande minoranza etnica del continente e ancora una delle più discriminate. Eppure sono poche le storie cinematografiche che permettono di incontrare persone rom nella loro complessità, lontano dagli stereotipi. I Matter colma proprio questo vuoto: mostra sogni, fragilità, ironia, rabbia, ambizione, fallimenti. Mostra persone. E lo fa senza trasformare il dolore in una condanna. Il film mantiene una leggerezza, una vitalità, persino una capacità di sorridere che lo rende ancora più forte. Perché Rebecca non vuole soltanto sopravvivere alla propria condizione: vuole recitare, sognare, innamorarsi, immaginare un futuro.
In Italia avevamo già incontrato una rappresentazione della comunità rom con Io, Rom romantica di Laura Halilovic. Ma I Matter è, molto probabilmente, il primo film diretto da una regista rom che arriva così lontano, fino a vincere in un festival internazionale come lo è la Mostra internazionale d’arte cinematografica.
Alla fine rimane un urlo, semplice e potentissimo, che il titolo porta con sé: I matter, Io conto. È quello che Rebecca vuole poter dire al mondo. E forse è anche quello che questo film, con grande sincerità, ci chiede di riconoscere.
Emanuela Genovese
Nella foto grande: Jupiter, diretto dal francese Alexandre Smia, visto nella sezione Open
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