Altre nuove recensioni dai nostri inviati alla Mostra del Cinema di Venezia (2-12 settembre 2026), mentre ci avviciniamo alla sua conclusione, che avverrà domani sera con la consegna dei premi ufficiali.

 

Serpenti

Paolo Marra ha ucciso sua moglie senza un perché. Divorato dal senso di colpa, decide di costituirsi: vuole pagare e ridare dignità alla donna che ha ucciso e a sé stesso. Tra poliziotti distratti, avvocati zelanti, cartomanti e complicati cavilli burocratici, nessuno lo prende sul serio. L’uomo si scopre vittima di un paradosso: per quanto lo desideri, non riesce a farsi arrestare.

Presentato a Venezia nella categoria Spotlight, il film di Roberto De Paolis Maino è un’opera che prova, attraverso una narrazione kafkiana, a raccontare il paradosso di un uomo che si costituisce per aver commesso l’omicidio della moglie e chiede alla giustizia italiana una cosa sola: essere preso sul serio.

Quello che parte come viaggio di un uomo alla ricerca di una redenzione si trasforma velocemente in un racconto grottesco, nel quale il messaggio che si vuol far passare non è solo quello della sistematica sottovalutazione del pentito da parte della legge, ma anche la bieca incompetenza dei pubblici uffici e la loro incapacità di gestire situazioni paradossalmente non violente, dunque al di fuori dell’ordinario. In maniera ancor più sottile, viene rappresentata una dinamica di sostanziale accettazione della violenza, soprattutto se destinatarie di tale violenza sono le donne: come dimostrano in modi diversi il poliziotto (un grande Alessandro Borghi), il suo avvocato (Pietro Castellitto) e persino la cartomante incontrata per caso in una sala d’attesa (Valeria Golino).

A dominare per tutto il film è un tono sarcastico e drammaticissimo grazie al quale si ride, ma sempre amaramente, complice anche la caustica scrittura dei fratelli D’Innocenzo, ormai maestri insuperabili della rappresentazione del decadimento e della miseria umana sullo schermo. Il Mario pacatamente interpretato da Leonardo Lidi rimane dunque uomo incompreso fino alla fine, reietto di un sistema che non contempla nulla che sia al di fuori dei suoi piccoli e meschini schemi pre-digeriti.

Letizia Cilea (sintesi della recensione della scheda apposita)

 

Primetime

primetime

Robert Pattinson nel film di Lance Oppenheim

Conosciuto nell’ambiente soprattutto per i suoi documentari, il regista Lance Oppenheim debutta a Venezia in concorso con Primetime. Tratto dall’articolo giornalistico Tonight on Dateline: This Man Will Die”di Luke Dittrich, il film porta sul grande schermo una feroce riflessione sul rapporto tra l’apparente giustizia mediatica e la spettacolarizzazione dell’informazione sensazionalistica. Al centro della narrazione c’è la storia — l’ascesa e la successiva decadenza — di To Catch a Predator, il controverso programma televisivo andato in onda sulla NBC tra il 2004 e il 2007, strategicamente posizionato in prima serata per contrastare gli ascolti di Lost.

Il format è semplice e ripetitivo: lo show fu ideato per catturare individui che adescavano minorenni nelle chat online. Attraverso una fitta rete di collaboratori e attori-esche, i sospettati venivano attirati in appartamenti monitorati da telecamere nascoste. La trappola lasciava immediatamente spazio allo spettacolo nel momento in cui i soggetti venivano sorpresi dall’inaspettato ingresso del celebre conduttore Chris Hansen, interessato a sbattere in primetime i responsabili, in nome di una effimera quanto discutibile giustizia morale.

A dare volto al cacciatore di pedofili è Robert Pattinson nel ruolo di Hansen, un uomo freddo e viscido, ossessionato dal successo, dal potere e dal desiderio di superare ogni record di ascolti. Pattinson dimostra ancora una volta di essere a proprio agio nei panni di un personaggio sgradevole e respingente che trae godimento dall’umiliazione pubblica dei predatori. Accanto a lui spiccano le interpretazioni di un cast di alto livello: l’algida, cinica e spietata produttrice interpretata da Merritt Wever cui si aggiunge il convincente Skyler Gisondo che nel film interpreta Dan Plumb, un aspirante attore in cerca del grande trampolino di lancio, incastrato nell’umiliante ruolo di esca ma letteralmente rapito dal fascino corrotto di Hansen. In questo ambiguo gioco tra le parti, i personaggi ricoprono tutti a loro modo il ruolo di predatori o esche, ma ad accomunarli è unicamente la sete di potere, l’ambizione sfrenata e la ricerca ossessiva della celebrità.

Primetime è il ritratto inquietante di un mondo dove l’informazione è assoggettata al puro voyeurismo, ma è un film che tuttavia non va mai realmente a fondo della questione, lasciando la riflessione etica in superficie per concentrarsi prevalentemente sulla caratterizzazione dei personaggi e sulle interpretazioni. È proprio in questo ritratto lucido e disturbante di individui narcisistici, fermamente convinti di agire per un bene superiore, che risiede il punto di forza dell’opera. Disinteressati alle implicazioni morali delle loro azioni, il giornalista, la produttrice e l’aspirante attore in cerca di fama rappresentano il triste ritratto di un’umanità cinica e distaccata, piena di contraddizioni che lascia emergere l’enorme distanza tra il moralismo esibito in pubblico e il vuoto etico privato.

In questo scenario desolante non resta che chiederci fino a che punto sia lecito spingerci e quanto sia davvero accettabile sfruttare le potenzialità dei media in nome di una fittizia giustizia. Sono interrogativi che stimolano una riflessione anche sullo scenario odierno, ma che lasciano in chi guarda l’amara consapevolezza di quanto sia semplice spogliare l’informazione della sua valenza etica in nome della facile spettacolarizzazione e del puro intrattenimento.

Marianna Ninni

 

The Echo Chamber

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Luca Marinelli e Susan Sarandon in The Echo Chamber di Andrea Pallaoro

The Echo Chamber di Andrea Pallaoro è sicuramente uno dei titoli più controversi della selezione in concorso a Venezia, dove ha diviso il pubblico sin dalla prima proiezione. Per il regista trentino naturalizzato statunitense, già a Venezia in Concorso nel 2022 con Monica, è la prima volta alla regia di un soggetto non ideato da lui. Il film nasce infatti da un’idea largamente incompiuta di Bernardo Bertolucci, sviluppata poi da Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi.

Leo (Luca Marinelli) e Anne (Alicia Vikander) stanno attraversando un momento difficile delle proprie vite e della loro relazione, e finiscono per vivere gli stessi spazi senza mai incontrarsi. Girato interamente all’interno di un elegante appartamento, il film ne fa quasi un personaggio (forse, addirittura, quello più riuscito): inizialmente rifugio e testimone di un amore che sboccia, diventa progressivamente prigione claustrofobica, nonché monumento ad memoriam di gioie e dolori di un amore tanto forte quanto tormentato.

È questo il centro di The Echo Chamber: l’incapacità lasciare andare legami a cui continuiamo ad aggrapparci anche quando ci fanno male. Amore e sofferenza, intimità e dipendenza, cura e controllo diventano facce della stessa medaglia. Leo, il protagonista, è un produttore musicale silenzioso e cupo, tormentato da dolori alla schiena tanto lancinanti da impedirgli di lavorare. Questo dolore gli farà incontrare Anne, infermiera premurosa che, con le migliori intenzioni, gli fornisce gli oppiacei necessari a sopportarlo. Quella che sembra l’inizio di una storia d’amore tenera e romantica si trasforma presto in un rapporto dominato da dipendenza, controllo e ossessione.  Al tema della nostalgia contribuisce anche Ava May, interpretata da Susan Sarandon, una sorta di Marianne Faithfull che frequenta l’appartamento di Leo per registrare l’album destinato a segnare il suo trionfale ritorno sulle scene.

Nonostante le migliori intenzioni, le ambizioni di Pallaoro trovano nella forma il loro limite. Il tempo è sospeso, dilatato, fonde presente e passato in una dimensione volutamente straniante e poco comprensibile. Una scelta che vorrebbe essere poetica, si capisce, ma che finisce spesso per risultare semplicemente confusionaria. A contribuire alla difficoltà nella visione del film è, senza dubbio, anche la richiesta che il regista sembra rivolgere al pubblico: quella di osservare più che di comprendere.

Martina Bazzanella (sintesi della recensione della scheda apposita)

 

NAZA

naza

Un fotogramma del durissimo documentario diretto dai registri israeliani Yuval Abraham e Rachel Stor, sui massacri a Gaza

Un vero pugno nello stomaco è NAZA, dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Stor. L’acronimo che dà il titolo al documentario, in concorso, indica i “danni collaterali”, ossia le vittime civili nelle operazioni militari. Il documentario è realizzato con una serie di interviste a militari, ex militari e membri dell’intelligence israeliana, eseguite di notte su un terrazzo di Tel Aviv, oscurando i volti e modificando le voci per rendere irriconoscibili i protagonisti. Quello che si ascolta, inframmezzato dalle riprese notturne dall’alto della vita che si svolge dietro le finestre della metropoli israeliana, è una sequenza agghiacciante di dichiarazioni che dimostrano la strategia del governo israeliano per eliminare i vertici e i quadri intermedi di Hamas, sterminando volutamente anche le loro famiglie, i loro contatti (anche casuali), gli stessi altri abitanti dei palazzi dove vivevano. Alcuni con rimorso, altri con indifferenza, altri ancora con orgoglio, mostrano come – non sul campo – ma dai loro uffici, collegati a droni o a impianti che permettevano l’ascolto dei telefoni degli abitanti di Gaza, si desse il via libera a esplosioni, bombardamenti, massacri che per colpire un uomo distruggevano decine, se non centinaia, di vite innocenti. Una sistematica strage giustificata con frasi come «Ho solo obbedito agli ordini» o «Se non l’avessi fatto io, l’avrebbe fatto qualcun altro» e che dimostrano tutta la falsità e l’ipocrisia di Benjamin Netanyahu quando dichiarava che le forze armate hanno sempre rispettato e protetto i civili.    Beppe Musicco

 

Il fuoco che ti porti dentro 

Lino Musella e Valeria Scalera nel film di Edoardo De Angelis

Antonio, fuggito molti anni fa da Napoli, ha costruito a Milano una famiglia e una carriera di successo. È scappato dalla sua città, ma anche sua madre Angela, una donna esagerata nel bene e nel male che lo ha raggiunto per Natale e sembra decisa a restare con lui. La cena della Vigilia diventa, così, un campo di battaglia emotivo, comico e feroce al tempo stesso, che fa riemergere un passato di sopraffazioni e incomprensioni.

Tratto dall’omonimo libro di Antonio Franchini, l’ultima fatica di Edoardo De Angelis segna uno dei punti più alti del concorso di questa 83ª Mostra del Cinema di Venezia e un vero punto di svolta per il percorso artistico Vanessa Scalera: talento formatosi in teatro e già da tempo noto al pubblico televisivo e cinematografico (Imma Tataranni, L’Arminuta) con la sua impressionante performance nei panni di Angela, donna, madre e protagonista impossibile di questo claustrofobico racconto famigliare, l’attrice brindisina si impone finalmente come una delle migliori interpreti del panorama italiano contemporaneo.

Su di lei si poggia infatti tutta la tensione del film, diretto da De Angelis come un dramma da camera nel quale i primi piani fanno da padroni, schiacciando oggetti, personaggi e spazi gli uni contro gli altri in una sorta di vicinanza coatta e violenta; non si scappa dallo sguardo di Angela, non c’è scampo per tutti coloro sui quali ricade il suo giudizio, che sia Antonio, il figlio prediletto fuggito da Napoli per costruirsi una vita, la nuora Paola, milanese «paludosa e umida come tutti i nordici», o il nipote Andrea, colpevole di essere appassionato di danza classica e di ragionare secondo categorie mentali inesistenti nell’universo culturale di questa donna ruvida, capace di attrarre e repellere allo stesso tempo. Affascinati anche noi da questo personaggio che costringe tutti a camminare sulle uova, assistiamo a questo dramma famigliare dai toni crudeli e primordiali nel quale, nonostante compassione e riconciliazione sembrino obiettivi irraggiungibili (e spesso lo sono, anche nella realtà), incancellabile permane un piccolo spazio di affetto, ironia, memoria. E se particolarmente azzeccata appare la ricostruzione dell’universo famigliare nel suo andamento schizofrenico, dove piccole meschinità si alternano a momenti di condivisione e amore, un grande lavoro viene fatto anche sulla direzione degli attori e sull’approfondimento dei loro personaggi, in primis Antonio, un grande Lino Musella: autonomi e ben definiti nei loro tipi, tutti sono allo stesso tempo anche dipendenti dalla forza motrice rappresentata da Angela, da quel fuoco inestinguibile che si porta dentro e che speriamo possa valere la Coppa Volpi alla sua straordinaria interprete.

Letizia Cilea

Una storia

Una storia è l’esordio alla regia di Anna Foglietta

Quando l’unica figlia, Irene, si trasferisce lontano da casa per studiare all’università, la vite di Erika (Alba Rohrwacher) e Mauro (Guido Caprino) vengono completamente stravolte. Abituati a una routine di provincia calibrata attorno alla genitorialità, la coppia si trova improvvisamente a dover fare i conti con una quotidianità silenziosa e priva di direzione, in cui l’equilibrio basato su abitudini e piccoli gesti si rivela, a poco a poco, pericolosamente fragile.

Mentre Mauro, cresciuto con un padre severo ed emotivamente assente, cerca di fare i conti con le ferite del suo passato, Erika comincia un viaggio di introspezione per comprendersi come donna, dopo una vita passata in funzione della cura degli altri. Travolti dall’insicurezza e incapaci di comunicare tra di loro, Mauro ed Erika tentano di fronteggiare una crisi imprevista e incontenibile, cercando di fare spazio a un nuovo capitolo della loro storia d’amore.

Dopo molti anni passati davanti alla macchina da presa, Anna Foglietta debutta a Venezia 83 come regista e sceneggiatrice (a sei mani con Tania Pedroni e Matteo Ferri) nella sezione Orizzonti con Una storia, film drammatico che, come evidenziato nel titolo internazionale del film – A Common Story – prende le mosse da una storia molto comune per affrontare temi importanti: Erika e Mauro sono persone ordinarie, alle prese con lavori ordinari (lei cassiera, lui operaio nell’impresa edile del padre) e con giornate segnate da cene casalinghe, ciambelloni per colazione e bucato da stendere. Ed è proprio in questo scorcio di normalità nella grigia provincia umbra che Anna Foglietta sceglie di riflettere sulle conseguenze schiaccianti dell’incomunicabilità, del nido svuotato, di passati ingombranti, dell’assenza di introspezione e amor proprio, ma anche della difficoltà ad adattarsi al clima, ai tempi e alle condizioni delle diverse stagioni della vita.

Non è un debutto alla regia esplosivo e folgorante come quello della collega attrice Paola Cortellesi o come quello della ormai veterana cineasta Valeria Golino (che qui ritroviamo in veste di produttrice) ma, al netto di qualche licenza poetica nelle scelte registico-fotografiche che appaiono un po’ azzardate e poco efficaci nella resa del racconto, Una storia è un film che trova, nella lentezza del quotidiano, una chiave di lettura efficace per analizzare i legami sentimentali e familiari.

Martina Bazzanella

 

Musk

Musk è il documentario firmato dal premio Oscar Alex Gibney

Con Musk, il documentarista americano Alex Gibney costruisce un’opera determinante per capire chi sia realmente Elon Musk, l’imprenditore più visionario e più ricco del mondo. Presentato nella sezione Open – Fuori concorso, prodotto da HBO, della durata di quattro ore (ma avvincente come un action-movie), Musk rimarrà sicuramente uno dei mezzi migliori per capire la non semplice personalità del miliardario sudafricano che è arrivato a determinare anche le strategie di Donald Trump.

Il film è tutto costruito sulle notizie biografiche, sulle interviste ai suoi familiari, alla prima moglie e con l’ausilio di un Musk creato con l’AI che ripete le sue tante esternazioni. Proprio attraverso la sua storia di talento informatico e la sua totale determinazione nel raggiungimento di obiettivi apparentemente impossibili, sta la fascinazione che tanto ha esercitato. La sua ossessione per i viaggi spaziali lo ha portato a creare dal nulla SpaceX, un’azienda in grado di lanciare razzi riutilizzabili che ora è fornitore ufficiale della NASA, l’ente spaziale americano, o creare StarLink, una rete di satelliti per comunicazioni che non ha pari sul mercato.

Ovviamente Gibney mostra anche che Musk è uno che “le spara grosse”: la sua sbandierata prossima conquista di Marte è tutt’altro che alla portata di questa generazione; la guida autonoma delle Tesla è tutt’altro che raggiunta, e certi suoi comportamenti nei confronti delle donne – specialmente quelle che hanno contribuito alla nascita dei suoi 15 (così pare) figli – sono quantomeno discutibili, per non parlare della fallimentare campagna per tagliare la burocrazia degli Stati Uniti. Una cosa è certa: a Musk non piace chi non la pensa come lui, e di certo Gibney rimane saldamente in quella categoria.

Beppe Musicco

Nella foto grande:  Leonardo Lidi e Valeria Golino in Serpenti di Roberto De Paolis Maino

 

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