tedesco (in concorso) e quello di Alina Marazzi
Bucking Fastard
Tra i film più attesi e chiacchierati di questa edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Bucking Fastard segna il ritorno in concorso di Werner Herzog (l’ultima volta era successo nel 2009 con la doppietta Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans e My Son, My Son What Have Ye Done). Un film scritto in pochi giorni – «solo cinque» ci ha tenuto a sottolineare il cineasta tedesco in conferenza stampa – e prodotto in tempo record, ma che Herzog aveva in cantiere sin dagli anni Ottanta quando, durante un soggiorno in Inghilterra, conobbe due gemelle identiche: Jean e Joan Holbrooke. Per decenni l’idea di un film incentrato su due sorelle unite da un legame simbiotico è rimasta dormiente, poi si è presentata l’opportunità di lavorare con le sorelle Mara.
Sin dalle prime scene di Bucking Fastard appare evidente che Kate e Rooney Mara rappresentino il cuore pulsante dell’opera di Herzog: attraverso una performance tanto ammaliante quanto straniante, vestono sapientemente i panni – rigorosamente identici e sempre curati nei minimi dettagli – di Jean e Joan Holbrooke, due corpi separati che costituiscono un’unica entità. Le sorelle, infatti, parlano all’unisono, completano l’una i gesti dell’altra, pensano come se avessero un unico cervello, si vestono in maniera identica, amano in maniera ossessiva e totalizzante lo stesso uomo e, addirittura, inciampano nelle parole in simultanea.
Durante l’arco narrativo, avvolto da un’atmosfera poetica e connotato dagli elementi tipici della favola, le sorelle Holbrooke compiono un eccentrico e grottesco viaggio in giro per l’Irlanda alla ricerca dell’amore e della felicità. È importante tenere a mente, prima di approcciarsi al film, che siamo di fronte a un evidente caso di stravaganza herzogiana: se cercate un film con una trama solida e avvincente, forse questo film non fa al caso vostro. Se, invece, siete alla ricerca di un viaggio onirico e molto metaforico, allacciate le cinture. Dopotutto, il film è dedicato a David Lynch: la bizzarria è il minimo.
Martina Bazzanella
La ragazza con la Leica
Parigi, 14 luglio 1937. Gerda Taro ha deciso, non c’è modo di farle cambiare idea: domani tornerà in Spagna e si recherà al fronte per documentare fotograficamente la Battaglia di Brunete. Partirà e non tornerà mai più: il 25 luglio, pochi giorni prima di compiere 27 anni, morirà schiacciata da un carro armato, passando alla storia come la prima fotoreporter donna morta sul campo di battaglia.
Durante la sua ultima giornata a Parigi, insieme agli amici di sempre, riaffiorano i momenti che hanno segnato la sua breve vita: la fuga dalla Germania nazista, i primi durissimi tempi nella Ville Lumière segnati dalla fame e dal freddo, la storia d’amore con Robert Capa, la scoperta della fotografia, gli anni al fronte e le migliaia di scatti che, per decenni, sono rimasti chiusi in una soffitta in Messico, contribuendo a condannare il nome di Taro all’oblio.
Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Helena Janeczek (vincitore del Premio Strega nel 2018) La ragazza con la Leica di Alina Marazzi, film di apertura della sezione Orizzonti a Venezia 83, costruisce così, episodio dopo episodio e fotografia dopo fotografia, il ritratto di una donna che ha fatto della macchina fotografica uno strumento di libertà.
Seppur penalizzato da una narrazione frammentaria e a tratti eccessivamente caotica, il biopic trova i suoi punti di forza nella cura dell’impianto estetico e nell’ampio ricorso al materiale d’archivio, dalle testimonianze alle fotografie di Robert Capa e Gerda Taro, comprese alcune immagini particolarmente rare. A dare corpo a questo ritratto è la performance di Emilia Schüle: esteticamente lontana dalla fotografa, ma capace di restituirne con efficacia l’energia dirompente, la sagacia e quel fascino ribelle che ne hanno segnato la personalità. È proprio attraverso questa rappresentazione che il film restituisce a Taro ciò che la memoria della fotografia di guerra le ha a lungo negato: un’identità autonoma rispetto a Capa, compagno nella vita e nel lavoro, ma con cui per decenni è stata raccontata quasi esclusivamente in relazione.
Anche per questo, l’apertura di Orizzonti si rivela particolarmente interessante nel dialogo, quasi speculare, con Ink di Danny Boyle, film d’apertura del concorso principale. Se Boyle interroga i limiti etici del giornalismo contemporaneo e il rapporto con la notizia, Marazzi guarda al giornalismo di guerra e al prezzo pagato in nome della testimonianza e della memoria storica. Due film che, da prospettive diverse, riportano così al centro la responsabilità di chi racconta la realtà e il confine, sempre più fragile, tra documentare la storia e diventarne parte.
Martina Bazzanella
Nella foto grande: le sorelle Mara e Kate Rooney in Bucking Fastard di Werner Herzog
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