Altre recensioni dai nostri inviati alla Mostra di Venezia (2-12 settembre 2026).
15/18 A Place to Heal
Lucia, 17 anni, viene accompagnata dalla polizia nel reparto di psichiatria adolescenziale di un ospedale pubblico, un luogo che conosce fin troppo bene. Una volta dentro, si ritrova con la sua amica Eloïse, ricoverata a lungo termine, e incontra un nuovo gruppo di adolescenti, ognuno alle prese con le proprie difficoltà. Guidata da Etienne, l’équipe di medici cura, ascolta e incontra le famiglie mentre affronta la cruda realtà della vita dei pazienti, il tutto gestendo un reparto all’estremo delle forze. Tra pazienti e operatori si creano legami fragili, dando vita a un delicato equilibrio che offre barlumi di speranza, guarigione e persino risate. Ma un giorno, l’arrivo di un misterioso nuovo paziente di nome Enzo minaccia di sconvolgere ogni cosa.
Tre anni dopo la commedia Making of, il regista francese Cedric Kahn torna in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia con un’opera sulla difficile quotidianità degli adolescenti ricoverati nei reparti psichiatrici pubblici. Un film delicatissimo, girato quasi come un documentario e frutto di una scrittura – per dichiarazione dello stesso regista – nata dall’osservazione e documentazione su pazienti e situazioni reali. Nonostante l’iniziale focus su Lucia, una delle protagoniste più forti del racconto, 15/18 (A place to Heal) si definisce rapidamente come un film corale, nel quale lo sguardo sugli adolescenti (mai vittimistico o buonista) è protagonista quanto quello sui caregiver, equipe medica o genitori che siano. Come nella migliore tradizione del dramma sociale francese, i racconti di vita di questi giovani perduti nelle crepe della loro vita sono brutali e credibilissimi, grazie a una messa in scena che sa trovare un equilibrio pressoché perfetto tra sguardi, osservazione e parole; portando avanti quel vecchio adagio secondo il quale la vocalizzazione di un trauma è il primo passo per comprenderlo e superarlo, il film di Kahn alterna colloqui tra medici e ragazzi a situazioni di confronto con i genitori, non dimenticandosi mai di costruire anche un livello di racconto in cui sono i giovani protagonisti a raccontarsi tra di loro, a fare le loro regole e dare le proprie versioni su ciò che i grandi credono di sapere. Si prende la responsabilità di ciò mostra, il film del regista francese, e nel farlo sceglie dunque la strada della complessità e della stratificazione narrativa in merito a un tema, quello della salute mentale giovanile, attraverso il quale si può parlare – e qui ci si riesce alla grande – anche di gioco, ironia, gioia di vivere e voglia di rinascita.
Letizia Cilea
Nessun dolore
Davide è un libraio che colleziona molti libri, ne legge pochi e ne vende ancora meno, nelle sue lunghe giornate passate all’interno del suo baracchino situato in una piazza romana. Elsa, docente universitaria e complice, gli porta quasi ogni giorno dei libri di seconda mano da rivendere, interrompendo con piacevoli intermezzi la sua ripetitiva routine quotidiana. Ma durante una pausa pranzo, in un giorno autunnale come tanti, un giovane uomo si avvicina a lui per strada e gli affida un bambino, chiedendogli di occuparsi di lui. Si verifica un incidente, Davide porta il ragazzino in ospedale, ma l’esito drammatico della vicenda conduce l’uomo in un inferno di sensi di colpa e smarrimento. Dopo averla vista scacciata fuori dal pronto soccorso dell’ospedale dove aveva cercato riparo, Davide decide di accogliere in casa sua Aminah, giovane donna algerina in attesa di un figlio: sarà l’inizio di una serie di eventi che sconvolgeranno completamente la vita dell’uomo…
Presentato nella categoria Fuori Concorso (ribattezzata quest’anno Venice Open), con il suo nuovo film Nessun dolore l’81enne Gianni Amelio prova a posizionarsi al centro del caldissimo dibattito sul tema dell’immigrazione in Italia e lo fa con una sorta di esperimento mentale, un gioco psicologico nel quale la sospensione dell’incredulità è portata talmente agli estremi da confondere lo spettatore sul reale oggetto del racconto, sul gioco che il regista vuole giocare e sulle regole che è disposto a mettere in campo per portate avanti la partita.
Ma facciamo un passo indietro: un libraio trentenne allontana un bambino senzatetto per strada e ne causa accidentalmente la morte. Il rimorso lo divora, si rende conto di un’alterità – quella degli immigrati irregolari homeless di Roma – fino a quel momento ignorata completamente e, ferito, decide di accogliere in casa una giovane donna algerina bisognosa di un tetto. Traballante la premessa, scricchiolante la messa in scena, ma cosa non si fa per raccontare una bella storia di redenzione?
I problemi iniziano però ad appesantire ogni livello dell’apparato filmico nel momento in cui, per amore della propria tesi, la scrittura prende la direzione della semplificazione più assoluta, della suddivisione manichea tra “loro” e “noi”, imponendo un livello di realtà secondo la quale gli emarginati sono innanzitutto tutti nordafricani, categoricamente tutti “buoni” (ma comunque rappresentati solo attraverso i più beceri luoghi comuni), mentre il male si annida in altre classi sociali: quelle di chi non legge i libri e di chi si è assimilato al capitalismo dei bianchi privilegiati, ovvero la categoria dalla quale Davide sta disperatamente tentando di fuggire. Cavalcando questa retorica povera di spessore e costruita a tavolino per far passare il messaggio di un’integrazione impossibile, il film di Amelio perde credibilità sin da subito, portando lo spettatore a domandarsi, durante la visione, quale sarà la prossima battuta fuori posto, quale la successiva interazione forzata tra i protagonisti, in che punto si potrà trovare l’ennesima dinamica paradossale. Nessun dolore trascina poi dentro questo processo anche i suoi attori protagonisti, con un Alessandro Borghi mai così sottotono e fuori luogo e una Valeria Golino priva di spessore e costantemente ridotta ad espediente didascalico.
Letizia Cilea
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