Leonard Bernstein, nato nel 1918 negli USA in una famiglia di ebrei immigrati dall’Europa dell’Est, è stato il maggior direttore d’orchestra e compositore americano del ’900. A lui si devono opere famosissime come “West Side Story” e direzioni memorabili (la “Medea” alla Scala con Maria Callas nel 1953 fu la prima direzione di un americano nel teatro milanese). Bradley Cooper, che fin da bambino ascoltava i suoi dischi e, come moltissimi altri, seguiva le sue lezioni all’ascolto sul canale tv della CBS, ha diretto e interpretato Maestro, prodotto da Steven Spielberg e Martin Scorsese, in cui Bernstein è mostrato dal suo esordio alla Carnegie Hall, avvio di una carriera brillantissima che non si sarebbe mai interrotta, fino alla morte nel 1990. Il film mostra l’incontro con la futura moglie Felicia Montealegre (Carey Mulligan), nell’ambito della densissima vita sociale condotta da Bernstein. Eccezionale talento e dotato di molteplici interessi, Bernstein è raffigurato sempre all’interno di un vortice di persone: parenti, amici, moglie e tre figli, ma anche amanti uomini, una situazione che con l’andare del tempo divenne sempre meno sopportabile dalla moglie e che causò un allontanamento temporaneo dalla famiglia. Per assomigliare credibilmente a Bernstein, Cooper si è sottoposto a un pesante intervento prostetico (non sempre felicissimo) per rendere al meglio la figura e la personalità del protagonista, mostrato nei suoi momenti pubblici di successo ma anche nelle difficoltà con l’amatissima moglie (resa con grande carattere dalla Mulligan). Una narrazione molto tradizionale, che oscilla dal bianco e nero dei primi momenti al colore degli anni 70 e oltre. Forse la scarsità di momenti drammatici toglie un po’ di pathos alla vicenda, mostrando un uomo che passa da un successo all’altro, da tutti osannato e ammirato, e i cui travagli sono spesso minimizzati dalla consapevolezza delle sue doti. Un film che comunque è un notevole documento sulla musica classica e jazz del ’900, vista con gli occhi di uno straordinario divulgatore. (Beppe Musicco)

***

Torna al Lido in concorso a cinque anni da La favorita, l’accoppiata Emma StoneYorgos Lanthimos con Poor Things (che uscirà in Italia a inizio 2024 con il titolo Povere creature!). Tratto dal romanzo omonimo degli anni 90 del leggendario autore inglese Alasdair Gray, è un racconto di formazione ottecentesco erotico-sentimentale,  ma in un contesto fantastico e steampunk. È la storia di Bella (Emma Stone), una donna creata in laboratorio da un classico scienziato pazzo (Willem Dafoe) in una Londra ottocentesca, che scappa di casa e viaggia in un giro attraverso l’Europa, per conoscere il mondo, conoscere sè stessa, la propria femminilità e prendendo consapevolezza del ruolo sociale della donna. Questo Ritratto di signora che incontra Frankenstein, è un film molto divertente (grazie anche all’incredibile Mark Ruffalo in un ruolo secondario), dalla lussureggiante cornice scenografica in un mondo non lontano da quello del francese Jean Pierre Jeunet. In questo delirio scenico probabilmente il cineasta greco sembra trovare, senza rinunciare ai suoi eccessi formali, una tenerezza fino ad ora inedita per il suo “cinema della crudeltà”. Si tratta quindi di un’opera che, per quanto spiazzante (e anche disturbante), in fondo ha molto affetto verso l’umanità composta in fondo da nient’altro che povere creature. (Riccardo Copreni)

***

Sempre in concorso troviamo The Theory of Everything del regista tedesco Timm Kröger è una storia a cavallo tra la scienza e il mistery, ambientato tra le montagne svizzere nel 1962, dove un dottorando in fisica si trova col suo docente tutor in un albergo per un convegno. Il giovane studioso è convinto di aver trovato una risposta che riuscirebbe a tenere insieme le teorie che governano l’universo, ma un incontro con una pianista e la scomparsa di un altro scienziato danno l’avvio a un bizzarro susseguirsi di eventi misteriosi e tragici. Girato in bianco e nero, con musiche che esaltano le scene girate in notturna, nelle grotte o comunque in luoghi dove si verifica l’inspiegabile, il film di Kröger non è un capolavoro di Hitchcock, ma lascia allo spettatore più di un momento di suspense e di sana inquietudine. (Beppe Musicco)

***

Passa invece alla Mostra fuori concorso The Caine Mutiny Court-Martial, film che vediamo postumo dopo la morte del suo regista Wiliam Friedkin: è il remake dell’omonimo film del 1954 di Edward Dmytryk con Humprey Bogart nel ruolo del comandante Queeg. Qui il ruolo che fu di Bogart è affidato a Kiefer Sutherland, mentre il protagonista del processo è Jake Lacy, difeso dall’avvocato impersonato da Jason Clarke (che, ironia della sorte, in Oppenheimer era invece l’avvocato accusatore dello scienziato). La vicenda è la stessa del vecchio film: la corte marziale della Marina americana deve decidere della sorte del tenente Maryk (Lacy), che ha destituito dal comando il capitano Queeg durante una tempesta al largo dell’Arabia, ritenendolo non idoneo a governare la nave. Il film, girato in unità di tempo e di luogo, si svolge tutto nell’aula di tribunale, in un confronto serrato tra l’accusa e la difesa, con un finale a sorpresa amaro e degno di una tragedia greca. Friedkin ci lascia con un’opera di grande rigore e in stile teatrale, interpretata al meglio da attori in grado di rappresentare le sottili sfumature dell’animo umano tra il coraggio e la viltà, tra il dovere e l’affermazione personale. Un grande ricordo di un grande regista. (Beppe Musicco)

Nella foto: Bradley Cooper è regista e protagonista di Maestro, film biografico su Leonard Bernstein, in coppia con Carey Mulligan

Clicca qui per rimanere aggiornato sulle nuove uscite al cinema

Clicca qui per iscriverti alla newsletter di Sentieri del cinema

Beppe Musicco e Riccardo Copreni presentano in video alcuni titoli (in concorso e non) alla Mostra del Cinema 2023