Entra nel vivo la 79ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia, in programma al Lido dal 31 agosto al 10 settembre 2022. Scende subito in gara – nella corsa ai premi, assegnati dalla presidente di giuria Julianne Moore (nella foto) – uno dei grandi nomi del cartellone.

Con Bardo, cronaca falsa di alcune verità (in concorso), il regista messicano Alejandro González Iñárritu torna al cinema dopo sette anni di silenzio (The Revenant il suo ultimo film) con un’opera summa della sua carriera, una storia che ricalca la vicenda autobiografica dell’autore attraverso voli pindarici fuori e dentro la sua stessa immaginazione. La vita di un cineasta come Iñárritu, infatti, non poteva essere raccontata attraverso la linearità di una semplice storia di vita, così il messicano immerge il racconto in un mondo onirico, facendo vivere al suo alter-ego protagonista in una realtà fatta di paradossi e grottesco. Silverio Gama è un giornalista messicano trapiantato in America in procinto di ricevere il più importante premio della sua vita; decide di fare un viaggio in Messico per recuperare il significato delle sue antiche radici, ma questo spostamento geografico provoca nella sua mente una serie di cortocircuiti di ricordi, fantasie e menzogne capaci di dare forma alla sua condizione esistenziale di uomo diviso tra due patrie. Sovrabbondante, ambiziosa, a volte inestricabile, l’ultima fatica del regista messicano affascina innanzitutto perché a fianco alla sua imponente visionarietà pone la ricerca di un’identità per il suo protagonista, un uomo all’apice della sua carriera che decide di scavare tanto nel suo passato quanto nel suo presente per scoprirsi diverso dall’immagine che gli altri avevano costruito per lui. Ma se a tradurre tutto ciò in immagini troviamo la consueta maestria nella regia e nella fotografia, a Iñárritu non si possono perdonare le numerose lungaggini in cui si perde nel racconto della vicenda (il film dura 3 ore), inciampi e ridondanze che si concentrano soprattutto nella parte centrale del film e che rischiano di non far arrivare in fondo lo spettatore. Quando si dice less is more…

Film d’apertura della sezione Orizzonti, Princess di Roberto De Paolis con Glory Kevin e Lino Musella è la storia di una diciottenne nigeriana che si prostituisce in un bosco alla periferia romana. La vita sua e delle altre con cui abita è mostrata con crudezza, dalle modalità per adescare clienti ai metodi per ottenere più soldi o evitare i cattivi incontri. Un film dal taglio documentaristico, che se da una parte impressiona per la capacità della protagonista di mostrare la contraddizione tra il cinismo della sua professione e l’innocenza della giovane età, d’altra parte sembra un prodotto dai contorni televisivi, più che cinematografici.

È tutto costruito attorno alla performance trattenuta ma come sempre centratissima di Isabelle Huppert il film La syndicaliste di Jean-Paul Salomé, presentato nella sezione Orizzonti. Il film racconta fatti di cronaca recente nella Francia al passaggio tra la presidenza Sarkozy e quella Hollande. Maureen Kearney è una rappresentante sindacale nella multinazionale francese dell’energia nucleare e si ritrova sotto attacco per aver denunciato un accordo nascosto coi cinesi, che rischia di far saltare migliaia di posti di lavoro. Nonostante l’ostilità del nuovo direttore generale, manovre politiche poco chiare e alla fine anche intimidazioni, Maureen va avanti, fino al giorno in cui subisce un’aggressione in casa sua. Ma la cosa più grave sono le accuse che riceve poi, ossia di essersi inventata tutto. È strabiliante vedere come nel film i rappresentanti della politica e del mondo istituzionale francese vengano di volta in volta tirati in ballo con nomi e cognomi (a volte è difficile starci dietro se non si è esperti, ma aiutano i confronti con certi scandali recenti della politica romana); ma il vero centro emotivo del film è la stessa Maureen, la sua integrità, la sua testardaggine e la sua “inadeguatezza” in quanto vittima, che fa sì che le sue parole vengano messe in dubbio. Da questo punto di vista i lavoratori per cui sta lottando restano un po’ dei numeri di cui non sentiamo mai davvero la presenza, perché alla fine è di lei che ci importa.

Presentato nella sezione Orizzonti Extra, L’origine del male è un thriller diretto dal francese Sebastien Marnier di scarsa ispirazione e dagli esiti tutto sommato poco convincenti: Stéphane è una donna umile che lavora come operaia in una fabbrica di confezionamento di pesce. Improvvisamente nella sua vita compare un personaggio inatteso: il padre, uomo ormai anziano ma molto ricco che vive nella sua villa insieme alla moglie e alla figlia. Desiderosa di essere accettata dalla sua ricca, nuova famiglia, Stéphane fa di tutto per ingraziarsi tutti i suoi
componenti, inventando menzogne e agendo unicamente per il suo profitto. Il film di Marnier si costruisce interamente intorno alla capacità attoriale di Laure Calamy (Chiami il mio agente), qui capace di impersonare tanto l’umile lavoratrice sprovveduta quanto la malvagia stratega pronta a sferrare il suo ultimo colpo. Nonostante il suo talento e qualche espediente narrativo ben riuscito e un ritmo che tutto sommato permette al film di scorrere bene, L’origine del male si esaurisce nella banalità dell’idea che sta alla base del racconto, producendo dei risvolti peraltro poco coerenti per i personaggi protagonisti e un finale alquanto prevedibile.