Il cadavere di una ragazza viene rinvenuto in un bosco nei pressi di una piccola comunità dello sperduto e freddissimo Wyoming. Il corpo presenta tracce di efferate violenze ed è misteriosamente privo di scarpe e protezioni contro il freddo; il guardiacaccia che lo ha rinvenuto, Cory Lambert, è deciso a scovare il colpevole e si affianca alle investigazioni della sprovveduta ma sveglia agente dell’FBI, Jane Banner, al suo primo incarico. La ricerca procede lentamente, tra tempeste di neve e temperature polari che frenano i ritmi del desiderio di giustizia di Cory e l’affiorare sempre più inquietante dei segreti che quella candida neve continua a seppellire sotto di sé. Quando altri cadaveri e altri indizi emergeranno, il tortuoso percorso verso la verità svelerà quanto l’uomo sappia talvolta essere crudele e violento al pari della natura che lo circonda…

Dopo le ottime prove offerte con le sceneggiature di Sicario e Hell or High Water, Taylor Sheridan si piazza questa volta dietro la macchina da presa, presentandoci un’altra storia di frontiere geografiche e di comunità ai margini del mondo globalizzato.
La pellicola, vincitrice per la Miglior regia nella sezione Un Certain Regard a Cannes 2017, dichiara sin da subito la volontà di contaminare i generi del thriller poliziesco con elementi western, qui egregiamente supportati da una sceneggiatura solidissima e da una profonda introspezione psicologica dei personaggi. Ma la classicissima dinamica western dell’uomo buono in lotta con un nemico per la sopravvivenza di sé e dei suoi ideali ha qui necessità di una duplice sfaccettatura: non è soltanto contro la natura madre-matrigna che il guardiacaccia dovrà difendersi, ma anche e soprattutto contro la malvagità dei propri simili, instillata nell’uomo, acuita dalla desolazione delle lande di neve e impressa nelle tracce che questa conserva nel tempo. Forgiato da un dolore passato – ancora fantasmaticamente presente – e da una gran capacità di deduzione, Lambert agisce stretto in questa morsa; lo affianca l’inesperta agente dell’FBI, molto meno avvezza ad ambienti di tale ostilità ma motivata da una profonda volontà di giustizia.

Se la sceneggiatura offre ottimi spunti, non sempre sfruttati al meglio dalle soluzioni filmiche adottate, la bravura di Jeremy Renner avvalora la caratterizzazione del suo personaggio con una recitazione trattenuta, nella quale traspaiono tutta la sofferenza e la determinazione di un uomo ferito in cerca di un nuovo orizzonte. Due scene d’azione del più tipico canone poliziesco sono gestite molto bene, così come la fotografia raffinatamente giocata sui contrasti simbolici del bianco della neve, pura e diabolicamente assassina, e del rosso del sangue, segno della colpa e dell’efferatezza della violenza umana. Su questo pregevole sottotesto di profondità psicologiche s’impone la situazione narrativa, che si delinea però in una storyline fin troppo lineare, tracciando un percorso raramente ravvivato da veri colpi di scena; lo spettatore è quindi condotto verso una soluzione troppo facile, in uno scioglimento del dramma peraltro offerto eccessivamente in anticipo (e poi replicato nel finale), tramite l’unica sequenza di flashback.

Tentativo poi non felicissimo è stato quello di innestare dentro questo mondo chiuso e autoconclusivo (geograficamente e narrativamente), la denuncia della marginalizzazione delle minoranze indiane in America: tema solo vagamente accennato nella narrazione, e che viene poi attaccato in coda al film in modo un po’ incoerente con il resto della pellicola. La fatica di Taylor Sheridan rimane dunque non del tutto ripagata, lasciandoci a conti fatti la sensazione di un’opera ottimamente scritta e pensata e non sempre brillantemente raccontata: prodotto dunque non memorabile, riesce comunque a direzionare piacevolmente la nostra attenzione verso il nome di questo regista. Un altro da seguire nel folto panorama del cinema contemporaneo.

Maria Letizia Cilea