Timido, taciturno e chiuso in se stesso, Kiko è un giovane sedicenne che ha perso il padre in un incidente stradale e vive con la madre filippina ed Ennio, il nuovo compagno di lei, in un piccolo paesino della provincia friulana. Kiko non studia, non perché non ne abbia voglia ma perché non ha tempo dato che Ennio, un uomo cinico e violento a capo di un cantiere edile, lo costringe a lavorare con lui insieme a un gruppo di immigrati clandestini sfruttati e sottopagati. Tutti insieme, questi vivono all’interno di un piccolo caseggiato adibito a ostello e condividono con omertoso silenzio il peso di una situazione sociale ingiusta. Gli unici momenti di svago ed evasione di Kiko da questa realtà asfissiante sono quelli che trascorre nascosto all’interno di un piccolo autobus abbandonato, “arredato” e trasformato nel suo piccolo angolo di mondo. Un luogo sicuro dove ripararsi tutte le volte che sente il bisogno di riflettere e di provare a studiare o anche di autoinfliggersi sul braccio delle piccole ferite e convincersi che in fondo non sente nulla, che nulla può toccarlo e che la sofferenza o la rabbia non suscitano in lui alcun tipo di emozione. Quando un giorno Kiko conosce Ettore, un uomo che si presenta come vecchio amico del padre, il suo modo di guardare al mondo comincia a cambiare. Attraverso l’incontro e il confronto con questo uomo misterioso, Kiko impara a dare un senso nuovo alle situazioni. Ettore gli insegna ad amare lo studio, a non cedere alla rassegnazione e lo sprona a lottare per quel futuro migliore che lui desidera. Ma l’uomo nasconde un segreto troppo pesante da accettare, soprattutto per un ragazzino di sedici anni.

Al suo quarto lungometraggio – dopo Tu devi essere il lupo (2004), Le ferie di Licu (2006) ed Eva e Adamo (2009) – Vittorio Moroni sceglie di raccontare il disagio adolescenziale con una storia di taglio sociale e quanto mai attuale. Attraverso il racconto di formazione di un adolescente come tanti altri, Moroni non si interroga solo sulle inquietudini, le insicurezze e i dubbi di un ragazzo alla ricerca di se stesso ma allarga il quadro d’insieme a un ritratto che coinvolge anche altre tematiche: il tema degli immigrati, lo sfruttamento, la rassegnazione paralizzante degli esseri umani spinti dal bisogno di lavorare contrapposta alla crudeltà di quei piccoli imprenditori che si mascherano da benefattori per fare leva solo sul senso di disperazione dei primi. Costruito come una scatola cinese dove si cela sempre qualcosa di inaspettato pronto a scardinare le precedenti convinzioni dello spettatore, il film mette tuttavia un po’ troppa carne sul fuoco senza avere il tempo di affrontare con cura tutte le questioni. Il rapporto con Ettore è affrettato, a volte suscita qualche preoccupazione e in certi punti risulta persino didascalico. La situazione non cambia se si osserva il mondo degli adulti, concepiti forse come stereotipi moderni. La madre di Kiko è una donna arrendevole, incapace di fare il bene del figlio, passiva a quasi rassegnata al suo triste destino. Ennio è il patrigno cattivo privo di mezze misure: o prova a comunicare con violenza oppure sfrutta il ricatto morale o la materialità dei beni come arma di persuasione per ottenere quello che vuole. Persino i docenti scolastici non sono capaci di percepire un reale malessere sociale nel volto del giovane. Inoltre l’interesse di Kiko nei confronti di una sua coetanea, scelta narrativa che a un certo punto fa presagire un’amicizia di carattere diverso, viene accantonato senza motivo suscitando la sensazione di una incompletezza. A questo si aggiunge un avvio un po’ troppo lento cui si contrappone un inspiegato finale accelerato. Ma nonostante qualche limite decisamente perdonabile, il film di Moroni si presenta come un ritratto sincero di un universo che si apre a una speranza, un mondo difficile dove il senso del rimorso, il desiderio di redenzione e la capacità di perdono, persino di fronte a realtà schiaccianti, possono ancora fare la differenza.

Marianna Ninni