Remake di un film non eccezionale ma diventato poco a poco un piccolo cult, questo film fantasy-eroico ha ben poco a che fare con la mitologia greca a cui dovrebbe ispirarsi (per questo meglio rivolgersi al divertente Percy Jackson, che attualizza con più intelligenza molti episodi di questa storia) e punta tutto su scene d’azione non sempre brillantissime a scapito di storia e personaggi. ,Rimarcare l’incrocio un po’ peregrino tra leggenda greca (con Zeus, in vena creativa, che si unisce alla madre di Perseo, Danae, in forma di pioggia d’oro) e arturiana (dove Uther Pendragon penetra nel castello nemico e mette incinta la moglie del nemico presentandosi con le sue stesse sembianze, qui il re dell’Olimpo lo fa per punire l’ennesimo umano ribelle) che costituisce solo una delle varie “preistorie” della vicenda, sarebbe prendere troppo sul serio una sceneggiatura che di sicuro non lo merita. E che probabilmente non ha di queste pretese.,Tra scorpioni giganti, mostri marini, arpie volanti, un dio degli inferi che assomiglia inquietantemente al mostro fumoso di Lost, dei olimpi sbarluccicanti e una Medusa serpentina, è evidente che la coerenza e la psicologia erano l’ultima preoccupazione degli autori di questo filmone dai grandi effetti speciali per cui il 3D rappresenta probabilmente la scorciatoia più efficace per lo stomaco, se non per il cuore, degli spettatori.,Che gli dei dell’Olimpo fossero capricciosi e non proprio moralmente specchiati è cosa nota, ma qui gli autori aggiungono uno dopo l’altro carichi da novanta per spingere l’umanità sfruttata a dire basta e a vedere come se la cavano lassù senza la necessaria adorazione umana. Nella religione greca antica gli dei “si nutrivano” dell’aroma della carne consumata dal fuoco del sacrificio, qui rischiano la crisi di astinenza se gli uomini sfruttati fanno lo sciopero delle preghiere e proclamano la loro autosufficienza (salvo poi ripiombare nel fanatismo più bieco quando il pericolo si fa pressante).,Il sottotesto antireligioso che pure c’è, comunque, è talmente confuso che probabilmente sfuggirà agli spettatori meno attenti, ma fa comunque specie vedere l’eroe Perseo (l’australiano Sam Worthington, che deve decisamente imparare a scegliersi i film se vuole rimanere sulla cresta dell’onda dopo Avatar) fare i capricci e rifiutare i doni del padre Zeus, e decidere che compirà la sua missione da uomo, come se si trattasse dell’ultimo Agnelli che inizia dalla catena di montaggio o di un pessimo sindacalista del genere umano. ,Attorno al protagonista una sfilza di comprimari poco o nulla delineati e un’accompagnatrice, Io, immortale ma non divina, che probabilmente serve per bilanciare un po’ il tono tutto maschile della pellicola, e che va a sostituire, non si sa bene perché, nel cuore di Perseo, la povera Andromeda, qui ridotta ad una specie di principessa crocerossina e missionaria pronta al sacrificio, che alla fine sopravvive, ma senza il suo “principe azzurro”.,Il cast, non si sa come, conta una serie di bei nomi (Liam Neeson, Ralph Fiennes, Mads Mikkelsen) che abbiamo visto più utilmente impegnati altrove e che qui si suppone siano intervenuti solo perché attirati dal cachet. C’è da dire che, incassati i prevedibili milioni al primo weekend di programmazione, Scontro di titani offre ben poco di nuovo al panorama del cinema storico-mitologico che, invece, da 300 in avanti sembra stare vivendo una nuova primavera. ,Laura Cotta Ramosino