Dopo il sincero anche se non riuscitissimo melò esistenziale di “Cuore sacro”, in “Saturno contro” Ferzan Ozpetek sembra tornare alle atmosfere almodovariane di “Le fate ignoranti”. Anche se non c’è una ‘comune alternativa’ ma un gruppo di quarantenni e trentenni borghesi, affermati e senza problemi economici, qualcosa nell’incipit “trasgressivo” e trendy (spira aria di Pacs, anzi Dico) ricorda il film che diede il primo successo al regista nato in Turchia. In una grande casa, vediamo un gruppo eterogeneo di persone: una coppia gay, un omosessuale più anziano che stava prima con uno dei due, una giovane mezza drogata e instabile, una donna tradita dal marito (ma non l’ha ancora scoperto), una donna straniera sopra le righe con il marito succube, e un giovane che cerca di inserirsi nel gruppo.,Nell’irritante e un po’ falsa ilarità generale (saranno anche tutti amici, ma volano bugie come se piovesse…) di quarantenni che litigano su una gita da fare come fossero liceali, quando irrompe il dramma si spera che il tono del film ne guadagni, per approfondimento umano dei personaggi. All’inizio l’intento sembra fin troppo smaccato: dimostrare, come appunto ne “Le fate ignoranti”, che “gay è meglio” – la coppia etero è di una tristezza infinita, la coppia formata da Davide e Luca è solare, positiva, sorridente – e che il gruppo deve per forza di cose, e di ideologia comune, essere “aperto” (c’è la ragazza che consuma prova tutte le droghe possibili, c’è un giovane bisessuale che protesta “non voglio essere etichettato”). Poi, a onor del vero, il film prende anche altre strade. ,Soprattutto si concentra sul tema della separazione: Antonio (Stefano Accorsi) tradisce Angelica (Margherita Buy) con una la proprietaria di un negozio di fiori (Isabella Ferrari); quando glielo confessa, è inevitabile che la coppia vada in pezzi, nonostante due figli (che a un certo punto spariscono all’improvviso dal film: possibile che il padre allontanato da casa non chieda mai di loro, non voglia vederli?). Prima ancora Luca ha un’emorragia cerebrale e va in coma: gli amici si stringono al suo capezzale e al compagno Davide, ma il loro affetto non riesce a evitarne la morte. E su questa separazione, di Davide dall’amato e degli amici dall’amico, che si concentra il cuore del film. Un amico che si faceva in quattro per far felici tutti e che giudicava le menzogne di Antonio alla moglie o la fragilità dell’impasticcata Roberta. Ma che lo faceva con un senso di paura di fronte alla realtà: «Non voglio sorprese, voglio che tutto rimanga come adesso, con i nostri amici, per sempre» pensa mentre prepara una serata per tutto il gruppo. ,La stessa frase torna alla fine del film, con un’aggiunta significativa: «Anche se “sempre” non esiste». E non solo per la morte che incombe su tutti. Anche per chi resta, in quel gruppo, pare non ci sia più un “per sempre”: appena il dolore irrompe nelle loro vite, la commozione e solidarietà umana – che pure impressiona: per esempio nelle giornate che passano nel corridoio dell’ospedale, davanti alla camera dell’amico moribondo – non regge, e l’amicizia si sfalda in una solitudine che spegne le parole. In una bella sequenza, nel cortile dello stesso ospedale, gli amici fumano con lo sguardo perso nel vuoto, ognuno solo con il suo dolore e i suoi pensieri. E quando vedono una ragazza che, raggiunta da una brutta notizia, piange e urla al telefono la sua disperazione, non sanno fare di meglio che allontanarsi angosciati, senza un minimo di compassione: come se il dolore altrui avvicinasse il loro, che cercano di esorcizzare.,Così, più tardi, quando cercano di tirar su il morale all’amico Davide scappato nella casa di campagna, lo fanno in modo così goffo e vacuo da mettere i brividi (e Davide medita il suicidio). Definirlo un film sull’amicizia, come hanno fatto vari critici e il regista stesso, lascia perplessi: sullo schermo si vede, piuttosto, lo scacco di una presunta amicizia, che va in pezzi di fronte alla contraddizione della vita. Nonostante un finale consolatorio, complice una partita di ping pong. Basterà?,Ozpetek si conferma regista più di emozioni che di sostanza, più di intuizioni che di storie. Che furbamente strizza l’occhio a temi cresciuti nel dibattito sociale degli ultimi anni (l’eutanasia, i pacs) e, pur buon direttore di interpreti, non sfrutta fino in fondo un gruppo di attori di talento ma stranamente non sempre all’altezza (Favino, soprattutto, più bravo in altri film). Mentre paradossalmente riesce a tirar fuori il meglio da attori meno noti o personaggi marginali, come Luca Argentero (che fece anni fa un’edizione del “Grande Fratello”) e Ambra Angiolini – nei panni della ragazza che fa uso di droghe – che diventò famosa da adolescente in tv con Boncompagni: una vera sorpresa, la rivelazione del film (sua la scena più bella del film, quando all’obitorio non ha il coraggio di vedere l’amico morto, e poi lo immagina di nuovo sorridente tra gli amici e verso di lei).,Un film sicuramente sincero, ma deprimente, nel suo documentare di un’amicizia logorata dal tempo e dal dolore: un “grande freddo all’italiana” è stato scritto. E ancora più triste e disperato di quello di Lawrence Kasdan.,Antonio Autieri,