Siamo in Ungheria, in un tempo  indefinito. In una misera comunità rurale arriva la notizia che Irimiás e Petrina, due uomini del posto creduti morti, in realtà sono vivi e stanno tornando al villaggio. Immediatamente negli abitanti si accende una speranza perché sono convinti che Irimiás e Petrina porteranno sicuramente buone notizie. Arrivati a destinazione nel momento in cui la comunità piange la morte della piccola Estike, il carismatico Irimiás propone agli abitanti di abbandonare le proprie case, affidargli i soldi, e aiutarlo nella realizzazione di una nuova e moderna comunità distante svariati chilometri.

Trasposizione cinematografica del romanzo di László Krasznahorkai, il film del grande regista magiaro Béla Tarr mette in scena la fluviale epopea tragica e umana di una comunità; il film è diviso in dodici capitoli che ricordano l’impostazione dei movimenti del tango ed è stato scritto dallo stesso Tarr insieme a Krasznahorkai. Sátántangó mette in scena una grande metafora. Lo possiamo leggere politicamente come la rappresentazione del fallimento del comunismo che ha creato solo miseria, bieco esercizio del potere e abbruttimento dei comportamenti umani. Ma possiamo leggerlo anche come metafora di una umanità alla deriva, dimentica di ogni valore – fino a trascurare la piccola Estike, malata di mente e per questo negletta da tutti fino a indurla al suicidio – pronta ad affidarsi ciecamente a chi offre una semplice speranza di salvezza. Ma chi è Irimiás? Un miracolato carismatico davvero interessato alle sorti dei suoi paesani, oppure un cialtrone – una sorta di figura diabolica – che vuole solo appropriarsi dei loro soldi, ingannandoli per l’ennesima volta?

Vedendo il film, guardiamo tutti i personaggi trascinarsi stancamente tra litigi, grandi bevute, assenza di veri sentimenti. Piove in continuazione e il fango accompagna ogni movimento e ogni momento della giornata. Comunque lo si voglia considerare, Sátántangó è il racconto di un’apocalisse umana senza soluzione. E ce lo dice proprio una delle scene iniziali del film, quando nella locanda del villaggio una commensale invita i presenti a leggere proprio il libro dell’Apocalisse. Straordinario il bianco e nero del direttore della fotografia Gábor Medvigy.

Il film, presentato al Festival di Berlino del 1994, non ha mai avuto una distribuzione cinematografica anche perché dura circa sette ore (ora è disponibile il dvd) ed è costruito con una serie di lunghi piani sequenza. I cinefili troveranno pane per i loro denti, con un film affascinante ma anche respingente; vederlo è comunque un’esperienza come quando si affronta La recita di Theo Angelopoulos.

Aldo Artosin